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aperiodico di approfondimento editoriale

Topo Maltese

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Copertina TOPOLINODue icone indiscusse del fumetto internazionale che si incontrano, anzi si mescolano. Uno è il topo più famoso ed amato da grandi e bambini, l’altro è l’affascinante marinaio simbolo di libertà, alla continua ricerca di tesori ed avventure. Topolino e Corto Maltese diventeranno un’unica cosa, almeno per una volta, nella storia “Topo Maltese – Una ballata del topo salato”, parodia della celebra opera di Hugo Pratt, che va a prender posto accanto a tante altre rivisitazioni in chiave disneyana di grandi classici del fumetto, della letteratura o del cinema.

Ad impreziosire il tutto c’è poi la mano dietro ai pennelli: Giorgio Cavazzano, ormai storico fumettista, che celebra così i suoi 50 anni di carriera disneyana, facendo un grande regalo ai tantissimi lettori del settimanale “Topolino”.

La storia a fumetti – divisa in due puntate – sarà in edicola a partire dal 1° marzo sulla serie regolare di Topolino (numeri 3197 e 3198): 80 tavole straordinariamente realizzate grazie alla scrittura di Bruno Enna e all’arte di Giorgio Cavazzano. Come nel romanzo a fumetti di Hugo Pratt, anche nella versione disneyana il narratore è l’Oceano a condurre il lettore verso il Capitano Rasputin, alias Gambadirsasputin. Vignetta dopo vignetta i lettori incontreranno tutti gli iconici personaggi del capolavoro prattiano, simpaticamente impersonati dagli eroi Disney, come ad esempio Minnie nei panni di Pandora Groosvenore.

«Quando era in vita» dichiara Cavazzano «Io e Hugo siamo diventati amici e con la Ballata mi ha aperto possibilità grafiche inaspettate. Oggi, dopo tanti anni, non credevo di avere più un tale entusiasmo nel realizzare un’avventura disneyana: credo che Topo Maltese sia la storia più bella che abbia mai disegnato».

Topo maltese 01La storia “Topo Maltese – Una ballata del Topo salato” verrà presenta al pubblico giovedì 2 marzo (ore 18.30) presso WOW Spazio Fumetto – Museo del Fumetto di Milano (Viale Campania n. 12) con la partecipazione di Cavazzano e Enna.

Sabato 5 marzo (ore 16.00) a Cartoomics (FieraMilano Rho, spazio Agorà 3), Giorgio Cavazzano festeggerà i 50 anni disneyani ritirando il prestigioso Cartoomics Artist Award 2017; gli appassionati troveranno anche, in antemprima, una cover variant da collezione del numero 3197 acquarellata dal Maestro, oltre all’allestimento a “misura d’uomo” di alcuni dei passaggi più significativi della storia, omaggio realizzato da WOW Spazio Fumetto in collaborazione con Topolino e Cartoomics.

@barbadilloit

@capitanorvs

Conferenze e Convegni Lunedì 20 febbraio 2017 alle ore 17

Il forestiere istruito: viaggiatori e amatori d’arte alle fonti della bellezza e del sapere

A cura di Alberto Andreoli

L’amenità e varietà dei paesaggi, il fascino delle antiche vestigia, la sconfinata ammirazione per la bellezza e ricchezza del patrimonio artistico e culturale, l’interesse per i costumi, gli usi e le tradizioni locali, costituirono alcune delle principali ragioni che fecero dell’Italia, in età moderna (fine XVI-inizio XIX secolo), la meta ambita e imprescindibile di generazioni di viaggiatori stranieri. Per molti giovani dell’alta società, soprattutto inglese e francese, la visita della penisola – spesso in compagnia di un tutor – rappresentò l’apice del proprio percorso educativo. I luoghi, gli incontri e le esperienze vissute dai grand touristes trovarono accurata registrazione in taccuini e diari di viaggio, furono descritti e raccontati in confidenziali “memorie” e “lettere familiari”. Le località già allora più “gettonate” – e principali tappe del Grand Tour in Italia – furono Venezia, Firenze, Roma e Napoli,centri di potere della penisola e qualificati punti d’incontro di intellettuali, mercanti, collezionisti d’arte, artisti ed aristocratici viaggiatori.
Per il secondo ciclo di “Non solo arte – Conversazioni di storia dell’arte a Palazzo Paradiso”, quest’anno dedicato alla tematica “Viaggio in Italia all’epoca del Grand Tour”, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Beato Giovanni Tavelli da Tossignano” della Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio

 

Conferenze e Convegni Martedì 21 febbraio 2017 alle ore 17

Il Duello: l’ultima sfida di Joseph Conrad

Conferenza di Benedetta Bini

Il duello è uno dei racconti più misteriosi e affascinanti di Conrad. Pubblicato nel 1908 esso è testimone dell’attrazione che il mondo napoleonico aveva da sempre esercitato sul nostro autore. Magnificamente narrato nel film di Ridley Scott, il duello che per quindici anni  stringe i destini del nobile D’Ubert e del plebeo Feraud non è solamente un frammento in cui si riflette con grande forza la storia di anni inquieti. Esso è anche la finissima lettura di un conflitto di classe  inesorabile quanto sotterraneo; è, in brevi e fulminei tratti, una meditazione sul declino delle illusioni; ancora più nel profondo e tragicamente, esso rappresenta il ritorno – per l’ultima volta – verso quel tema del fatale sdoppiamento dell’animo umano che da Cuore di tenebra in poi ha scandito magistralmente l’esplorazione di Conr ad nell’abisso della coscienza infelice dell’uomo.
A cura dell’Associazione Culturale Amici della Biblioteca, per il ciclo Libri in scena, in occasione dello spettacolo I duellanti, in scena al Teatro comunale dal 23 al 25 febbraio.

Conferenze e Convegni Mercoledì 22 febbraio 2017 alle ore 17

Il nuovo delitto di omicidio stradale

Luci ed ombre di una riforma annunciata

Seduta accademica di Guido Casaroli
Un incontro nel quale il professor Casaroli, docente alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Ferrara, intende analizzare gli elementi caratteristici della nuova fattispecie di reato, evidenziandone gli aspetti positivi e le notevoli criticità; nonché la sua valenza simbolica.
L’Accademia delle Scienze di Ferrara è la più antica associazione culturale ferrarese, fondata nel 1823, insignita nell’anno 1847 di decorazione accademica dal Sovrano Pontefice Pio IX, eretta in ente morale con decreto reale del 19 settembre 1935, ha per scopo l’incremento delle scienze. L’Accademia delle Scienze di Ferrara è divisa in tre classi: Scienze Mediche; Scienze Matematiche, Fisiche, Chimiche, Naturali; Scienze Giuridiche, Economiche, Storiche, Morali.
A cura dell’Accademia delle Scienze di Ferrara

Conferenze e Convegni Giovedì 23 febbraio 2017 alle ore 17

Un universo di relazioni a scuola

Conferenza di Mauro Presini

Introduce Davide Pizzotti
Il gruppo è un territorio dinamico, area di scontro e di composizione di forze con spinte costruttive e creative ma anche distruttive e competitive. Può essere motivo di crescita e formazione di conoscenza e identità ma può anche creare timori, paure e quindi chiusura, rivalità, aggressività. Nella scuola le componenti sono molte e diversificate fra loro, con interessi diversi e finalità non sempre comuni. Ci sono gli studenti e gli insegnanti, coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti del processo di apprendimento-insegnamento e che devono convivere con le loro   molteplici diversità e similitudini; ci sono le famiglie, la dirigenza, il personale ausiliario e tecnico e le componenti  varie del territorio di rappresentanza e di servizio.
Sarebbe necessario che i vari  ‘ingredienti’ di questo universo avessero obiettivi condivisi e che potessero rispettosamente ‘amalgamarsi’ per condividere i numerosi sentieri di un processo formativo tanto importante per la formazione dei cittadini del domani.
Per il ciclo “I colori della conoscenza”, a cura di Istituto Gramsci di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Conferenze e Convegni Venerdì 24 febbraio (ore 15-19) e sabato 25 febbraio (ore 9,30-13)

Animal ridens

Filosofia e scienza del riso

Venerdì 24 febbraio
15.00 Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Matteo Galli
Presentazione del Convegno
15.30 Andrea Tagliapietra (Università San Raffaele, Milano)
Rido dunque potrei essere. Conseguenze del comico
16.00 Piero Stefani (Università di Ferrara)
Sara e Sarele. Dal riso biblico all’umorismo ebraico
16.30 Massimo Parodi (Università di Milano)
Disarmonia. Una causa del riso da Umberto Eco al Medioevo
17.00 Discussione

17.30 Coffee Break

18.00 Andrea Gatti (Università di Ferrara)
Egoismi e incongruenze. Estetiche e pratiche del riso in età moderna
18.30 Giacomo Scarpelli (Università di Modena-Reggio Emilia)
La continuità spezzata. Il riso secondo Bergson (e Freud)
19.00 Discussione e conclusioni

Sabato 25 febbraio
09.30 Marco Bertozzi (Università di Ferrara)
Hobbes e Canetti: il riso come maschera dell’arcaico.
10.00 Vallori Rasini (Università di Modena- Reggio Emilia)
L’unico riso. Plessner e i limiti dell’umano
10.30 Giovanni Matteucci (Università di Bologna)
Il riso come brivido mimetico. Arte e clownerie

11.00 Coffee break

11.30 Fausto Caruana (Università di Parma)
Il riso: dalla stimolazione elettrica alla fenomenologia
12.00 Laura Beani (Università di Firenze)
Anche gli animali ridono?
12.30 Discussione e conclusioni
A cura del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Ferrara

 

A Milano si è chiusa  di recente l’ultima edizione del Festival dell’Oriente, una grande kermesse internazionale volta a far conoscere ai visitatori italiani (e non solo) lo sconfinato mondo delle tradizioni orientali: dalle arti marziali alla musica, dalla poesia, fino, naturalmente, alla gastronomia (Sullo stesso tema sono previste quelle di Bologna e quella di Torino n.d.r.)
Ma c’è un personaggio, che – ci permettiamo di suggerire agli organizzatori – potrebbe essere riscoperto per la prossima edizione, dato che fu un assoluto precursore dello scambio culturale fra Italia e Giappone. Si tratta di Harukichi Shimoi, “il Samurai di Fiume”, poeta, letterato, docente universitario e traduttore di Dante e di D’Annunzio, fu persino l’organizzatore della prima trasvolata Italia-Giappone. Per quanto fosse molto piccolo di statura, aveva un coraggio indomabile e, nel 1917, durante la Grande guerra, si arruolò volontario nelle truppe scelte dell’epoca, gli Arditi, combattendo sul Carso e insegnando il karate ai propri commilitoni.

In Italia è stato completamente dimenticato, ma non nella sua patria d’origine, come spiega Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani: “In Giappone, Shimoi è molto noto fra gli studiosi e le persone di cultura. Io stesso, nel 2014, presi parte a due convegni su di lui, a Tokyo e a Kyoto. La letteratura italiana trasferita da Shimoi nel Sol levante ha lasciato un segno profondo nella cultura giapponese tanto che Yukio Mishima conobbe D’Annunzio per suo tramite e, innamoratosi del poeta abruzzese, decise di imparare l’italiano per leggere le sue opere in lingua originale. Imparò così bene la nostra lingua, tanto da tradurre in giapponese, poi, Il Martirio di San Sebastiano (opera di D’Annunzio del 1910-’11 n.d.r.)”.
Harukichi Shimoi era nato Fukuoka nel 1883 da un’antica e nobile famiglia di samurai, e, dopo gli studi in patria, si era trasferito in Italia, trentaduenne, per studiare Dante e insegnare la sua madre lingua all’Istituto Orientale di Napoli.

Harukichi Shimoi in divisa da Ardito (Per gentile concessione Il Vittoriale degli Italiani)

Poco si sa di come avvenne il suo incontro con il Vate, ma la loro amicizia scoccò sicuramente sotto le armi, mentre i due si trovavano al fronte per dare prova – mettendo a rischio la loro incolumità fisica – di credere fino in fondo all’ideale estetizzante del “poeta guerriero”.
Il terreno era fertile per la nascita di questo sodalizio: già durante la sua giovinezza romana, infatti, Gabriele D’annunzio si era innamorato della cultura nipponica, tanto che il Vittoriale è ancor oggi colmo di “giapponeserie”: porcellane, stoffe, kimono, soprammobili etc.
Sono tante, e coinvolgenti, le lettere che Harukichi Shimoi scrisse, in perfetto italiano, dal fronte. In esse rivivono le sue avventure, le sofferenze della guerra, con partecipazione profondamente umana e momenti di ispirata poesia: “Massa di gente che si vede vagare nel buio, sul letto vastissimo del Piave veloce – scoppi, cannoneggiamenti, incendi, riflettori che danno di continuo un chiarore sinistro al cielo nero nero – campo zeppo di cadaveri, dove dovevamo passare, muti, calpestandoli […] tutto questo mi sembrava come se m’avessi trovato nell’Inferno di Dante. La solennità, la grandiosità del Poema divino l’ho potuta sentire pienamente in quella sera sul Piave”.
Il 3 novembre del 1918, Harukichi Shimoi è fra i primi ad entrare in Trento liberata, con la coccarda tricolore sul petto, e si reca subito a visitare il monumento di Dante: “Mezzanotte era passata, venne la pioggia sottile sottile. Nel cielo oscuro il monumento sorgeva nero e altero. E sul marmo lucido del suo piedistallo si inginocchiò e si inchinò reverente, un piccolo giovane che è venuto dall’Estremo oriente, lasciando lontano i suoi cari, sfidando il mar tempestoso, guidato solo dalle divine parole del Poeta”.
Fedele come un vero samurai al suo amico e comandante D’Annunzio, dopo la fine della Grande guerra, lo seguì a Fiume in quell’impresa che ancor oggi, troppo spesso, viene erroneamente identificata come una mera anticipazione della Marcia su Roma, ma che, in realtà, fu un vero esperimento sociale, per certi versi anticipatore delle istanze più rivoluzionarie del ’68.
Shimoi fu accolto con entusiasmo dai legionari e di fronte ad essi il Vate pronunciò in suo onore un discorso di benvenuto, augurando un avvenire luminoso al Giappone: “Da Fiume d’Italia, porta d’Oriente, salutiamo la luce dell’Oriente estremo”.
Per D’Annunzio, il Giappone era, infatti, il luogo dei sogni, la meta inarrivabile per eccellenza tanto che, per raggiungerla, insieme a Shimoi, organizzò, nel 1920, l’impresa del volo Roma-Tokyo alla quale, tuttavia, non poté prendere parte direttamente perché coinvolto nell’impresa fiumana. (C’è anche da ricordare come il Vate soffrisse terribilmente il mal di mare e che un suo primo tentativo di raggiungere per nave il Giappone fu stroncato proprio da questo disturbo. Non a caso aveva promesso a se stesso di raggiungerlo in aereo). Shimoi avrebbe partecipato ugualmente al volo, ma gli ambasciatori giapponesi glielo impedirono: senza il poeta italiano, la sua partecipazione non avrebbe avuto senso.
(Il raid venne comunque portato a termine e coinvolse, tra gli altri, i piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero, che furono i soli, tra undici, a giungere a Tokyo. È da ricordare che il solo Ferrarin, con il motorista Gino Cappannini, raggiunse la capitale nipponica dopo 112 ore effettive di volo).
Grandi imprese, ma anche momenti umoristici. Di quelle folli ed entusiastiche giornate fiumane, Shimoi ricorda gli scherzi di D’Annunzio: “Una sera, dopo cena, mi bisbigliò velocemente all’orecchio: “Alzati in piedi e, con voce chiara, affila dieci, venti parole giapponesi, e dì quello che ti pare: buongiorno, arrivederci, grazie. Vedrai che farò sbalordire tutti”. Shimoi recita così frasi slegate, filastrocche, lettere dell’alfabeto e D’Annunzio finge di tradurle all’impronta improvvisando versi su fiori caduti, stille di rugiada e nuvole vaganti, dando a intendere a tutti di conoscere molto bene il giapponese.
Shimoi non fu solo scrittore di lettere, ma anche il latore di quelle del suo comandante. A Fiume, il suo passaporto diplomatico, e i tratti somatici orientali, gli consentirono di aggirare il blocco militare imposto dal generale Caviglia e fare da collegamento tra D’Annunzio e Mussolini (di cui divenne amico) che all’epoca era direttore del Popolo d’Italia e capo dei Fasci di combattimento.
Dopo l’esperienza fiumana, aderì entusiasticamente al Fascismo, partecipando alla Marcia su Roma. Questo fu probabilmente fatale alla memoria della sua figura intellettuale, almeno in Italia: il poeta giapponese vedeva nel nuovo movimento la naturale prosecuzione delle istanze risorgimentali. Per quanto riconoscesse nel Fascismo numerosi punti di contatto con l’etica del Bushido, la Via del Guerriero, lo considerava un’esperienza unicamente tricolore, del tutto non esportabile in Giappone.
Tornato nella sua terra natale, fu instancabile divulgatore della cultura italiana tanto da promuovere la costruzione di un tempio dedicato a Dante Aligheri, a Tokyo, e da dedicare alle rovine di Pompei una delle sue opere poetiche più note: “Shinto Ponpeo o tou tame ni”. Nel secondo dopoguerra fece amicizia con Indro Montanelli e lo guidò, in Giappone, per diversi suoi reportage.
Il cuore di Harukichi Shimoi, ardente di passione per la nostra lingua e cultura, si fermò nel 1954, all’età di settantuno anni. Nonostante l’Italia lo abbia, a torto, o a ragione, dimenticato, proviamo a salutarlo così: “Watashiga ataeta monode juubun des”, la traduzione in giapponese del motto dannunziano “Io ho quel che ho donato”.

Kurt Vonnegut

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ImmagineRomanzo tradotto in Italia con diversi titoli: La società della camicia stregata (1966 Science Fiction Book Club 5 III serie [32], Casa Editrice La Tribuna), Distruggete le macchine (1979 Cosmo Serie Oro. Classici della Narrativa di Fantascienza 36, Editrice Nord) e Piano Meccanico (1992 Prosa e Poesia del Novecento 51, SE | 1994 IN Catastrofi di universale folliaClassics, Interno Giallo/Mondadori | 2000 Urania 1393, Arnoldo Mondadori Editore | 2004 I Narratori, Giangiacomo Feltrinelli Editore)

Introduzione di Sandro Pergameno al volume DISTRUGGETE LE MACCHINE di Kurt Vonnegut  COSMO – CLASSICI DELLA FANTASCIENZA – Volume n. 36 (Febbraio 1979)

La satira amara di Kurt Vonnegut jr.

Esiste una categoria di scrittori che, pur appartenendo al «mainstream», di tanto in tanto si tolgono il capriccio di scrivere qualcosa ai confini o dentro i confini della letteratura fantascientifica. La critica ufficiale tende a far rientrare Kurt Vonnegut in questa casistica.
Leslie Fiedler, attento critico letterario americano che spesso si è interessato della fantascienza come fenomeno sociologico e culturale (ricordiamo un suo recente saggio sull’opera eli Philip José Farmer in cui faceva un’interessantissima valutazione della tematica sessuale e pornografica farmeriana), ha asserito che Vonnegut è uno di quegli scrittori, come Golding, Burgess, William Burroughs, John Barth, che, pur non appartenendo al mondo della science fiction si sono serviti con una certa libertà dei suoi strumenti.

A nostro avviso invece (e come noi la pensa anche un critico come Carlo Pagetti, accurato studioso dell’opus vonneguttiano), Kurt Vonnegut è a tutti gli effetti uno scrittore di fantascienza. Vonnegut, per riprendere appunto le parole di Pagetti, è un vero scrittore di sf non soltanto per la percentuale delle opere fantascientifiche su tutta la sua produzione letteraria (quasi tutti i suoi romanzi sono opere di fantascienza, di vera fantascienza, e non soltanto ai confini del genere, e anche quei pochi che non lo sono, si ricollegano agli altri in vari sensi e maniere), ma soprattutto perché egli accetta pienamente la mitologia tecnologica, avveniristica, spaziale-planetaria propria di questa letteratura, anche se poi si serve di questi miti per condurre un discorso pungentemente critico nei confronti della società americana. D’altronde lo stesso Brian Aldiss considera Le sirene di Titano (di prossima pubblicazione anch’esso su Cosmo Oro) uno dei pochissimi esempi di «hard» science fiction, cioè di science fiction purissima, che si conoscano, e Kingsley Amis ha inserito, non a caso, questo Player piano tra i dieci migliori romanzi di fantascienza che siano mai stati scritti.

PLRPNQTDWL1969Forse il discorso si fa un pochettino più complesso nel caso di Ghiaccio-nove e di Mattatoio-5, due romanzi che rimangono effettivamente ai margini del genere fantascientifico, pur adoperando l’uno (Ghiaccio-nove) come disegno di base la tipica «super arma destinata stavolta a congelare la Terra intera e i suoi abitanti, e l’altro il viaggio nel tempo, uno degli strumenti più classici ed usuali della sf moderna.
Inoltre è ben nota l’attitudine generalizzata della critica americana a considerare (soprattutto all’epoca in cui vennero scritte le prime opere di Vonnegut, che sono poi le sue più importanti, e cioè negli anni cinquanta-sessanta) la sf una letteratura per sottosviluppati mentali o per minorenni, e a voler annettere subito nelle fila del «mainstream» qualsiasi autore, come Vonnegut e Bradbury ad esempio, in grado di produrre opere di notevole livello letterario. È stato così che, fin dall’uscita di Player piano (il primo e forse ancora il migliore tra i romanzi di Vonnegut), il suo stile sofisticatissimo sotto l’apparente semplicità cristallina, la ricchezza sterminata delle sue idee e delle sue invenzioni narrative hanno fatto si che l’introduzione dell’autore nell’élite letteraria americana fosse del tutto automatica, nonostante Kurt Vonnegut provenisse da una chiara educazione fantascientifica e fosse un appassionato di sf. D’altronde basta pensare a un brano di God bless you, Mr. Rosewater, una delle poche opere appunto in cui manca l’elemento fantascientifico, ma il cui protagonista, l’ubriaco Eliot Rosewater, pompiere volontario, presidente di una Fondazione favolosamente ricca, e pieno di un amore sviscerato per l’umanità che cerca di esternare in tutte le forme possibili fino alle più assurde e grottesche, è un grande appassionato di fantascienza. Quando Eliot Rosewater, in uno dei suoi frequenti stati di ubriachezza, interrompe una conversazione tra un gruppo di scrittori di sf, e dice loro: «Vi amo, figli di puttana. Siete tutto quello che leggo ancora. Siete gli unici che parlano dei cambiamenti veramente terribili che stanno avvenendo, gli unici abbastanza folli da sapere che la vita è un viaggio spaziale, non uno breve, ma uno lungo, che durerà miliardi d’anni. Siete gli unici con sufficiente coraggio per preoccuparsi del futuro, che si accorgono veramente di quello che le macchine ci stanno facendo, di quello che ci sta facendo la guerra, di quali tremende incomprensioni, errori, incidenti e catastrofi ci sta causando. Siete gli unici abbastanza folli da agonizzare sul tempo e sulle distanze illimitate, sui misteri che non muoiono mai, sul fatto che stiamo determinando proprio adesso se il viaggio spaziale del prossimo miliardo d’anni sarà un Paradiso o un Inferno», ebbene, quando Eliot Rosewater pronuncia queste parole, è Vonnegut che parla e che professa i suoi più intimi sentimenti. Quello che poi dice la critica ufficiale e le stesse affermazioni dell’autore di non considerarsi uno scrittore di fantascienza non contano, o almeno noi la pensiamo cosi: Vonnegut è e rimane uno dei più grandi autori di sf moderna.
Che poi, una volta diventato uno scrittore affermato e lodato da tutti (lo stesso Graham Greene lo ha definito uno dei migliori scrittori americani contemporanei) egli abbia trovato più conveniente rimanere al di fuori del ghetto della sf nel comodo «mainstream», più prodigo di offerte di denaro, se non di gloria, è un altro discorso.

PLRPNXBNXB1974Parlando delle sue opere, in particolare dei suoi romanzi, possiamo riprendere il discorso fatto da vari studiosi di quest’autore, indicando in essi una componente comune ed essenziale: un disegno vasto e apocalittico che si sviluppa a partire dalle Sirene di Titano, attraverso Ghiaccio-nove per finire con la visione di distruzione totale, morale e fattuale, di Mattatoio-5. Le sirene di Titano pone le basi di questo disegno, tracciando il «background», lo sfondo e il perimetro cosmico entro cui si svolgono le successive opere dell’autore: è qui che Vonnegut tratta per la prima volta del pianeta Tralfamaldore (che giocherà poi un ruolo predominante in Mattatoio-5) La storia di Malachi Constant (il protagonista di The Sirens of Titan) e del robot tralfamaldoriano Salo, perfettissimo e ciecamente devoto alla sua missione, che alla fine si rivelerà di un’abissale stupidità, sono narrate in una prosa spumeggiante e limpida, ma è il finale amaro e beffardo, grottesco e sarcastico che lascia trasparire il punto di vista di Vonnegut sull’umanità. Essa altri non è che un’invenzione, un mezzo usato da una razza estremamente superiore a noi per uno scopo banalissimo e ridicolo. L’uomo non è dunque il signore dell’universo ma una misera creatura, quasi un oggetto senza valore, manufatto per fini stupidi e ben poco «elevati» in tutti i sensi. È questo il concetto che Vonnegut ripete anche in Mattatoio-5 e in Ghiaccio-no-ve, dove l’autore esprime la sua filosofia impregnata del suo pessimismo integrale tramite le citazioni del libro di Bokonon, «Vivi di foma, che ti fanno forte, e gentile e sano e felice…» Foma, come spiega in nota l’autore non vuol dire altro che «innocue falsità»: per Vonnegut l’uomo moderno può scegliere solo tra diversi tipi di inganno, in quanto la falsità è la sostanza di cui è composta l’esistenza. L’unica possibilità che egli ha è quella di denunciare sarcasticamente lo squallore morale del mondo. Ed è questo che egli fa appunto in tutte le sue opere, anche in Player piano che, per altri versi, si distacca dalla successiva produzione.

Player piano, che in apparenza potrebbe sembrare meno pessimista è più concreto, più vicino alla realtà quotidiana degli altri romanzi, rivela invece la stessa atroce ironia, la stessa satira che soltanto apparentemente è farsesca; in realtà si tratta di un dramma carico di umori acri e tragici. È la storia di Paul Proteus, giovane dirigente d’industria di una società utopistica, in cui tutti possono godere di un notevole benessere, in cui i cittadini godono in egual misura di tutti i moderni lussi e comfort; ma essi sono stati privati della molla vitale che li fa andare avanti, cioè l’amor proprio, la sensazione di sentirsi utili al mondo, di fare qualcosa di valido, di necessario.

41temmVrDCLL’universalità di uno scrittore dipende dalla profondità con cui egli sonda la condizione umana, e nell’opera ciò si traduce in una carica simbolica più o meno ricca. E appunto il modulo narrativo di Kurt Vonnegut è eminentemente simbolico. Non per nulla il protagonista si chiama Paul Proteus, nome che allude chiaramente alla trasformazione che egli subirà nel corso della vicenda da credente e fedele sostenitore dell’establishment a rivoluzionario dapprima tormentato e poi pienamente convinto. Non sta a noi fornire le chiavi di lettura che, numerose, si celano nella trama di Player Piano; lasciamo al lettore questo piacere stuzzicante. Citiamo solo come esempio l’episodio di apertura, in cui il giovane tecnocrate trova una gatta in un capannone industriale totalmente automatizzato e privo di ogni presenza umana; egli tenta di coccolarla, ma il rumore terrificante provocato dall’arrivo di uno spaventoso congegno meccanico scorrevole terrorizza il povero esserino che tenta di sfuggire al mostro metallico lanciandosi verso il recinto che lo separa dall’esterno, un recinto elettrificato su cui rimarrà folgorato.

Ed è questo un simbolo anche del destino di Paul, che tenterà una rivolta vana contro una società dell’automatismo governata da tecnocrati, da ingegneri e dirigenti industriali, che si tramandano il potere come nelle antiche caste medioevali. Soltanto i pochi eletti, i pochi appartenenti alla nuova aristocrazia, a questa casta onnipotente possono accedere al potere, ed i giovani «cadetti», i futuri successori degli odierni dirigenti devono dimostrare più che le loro capacità (ormai il passaggio dinastico e clientelare è divenuto automatico), di possedere lo spirito «aziendale», una cieca fiducia nel sistema, e nessun dubbio, pur minimo, viene accettato. Nessun mezzo viene trascurato per inculcare nei futuri padroni del paese lo spirito aziendale: ritiri annuali, i «Meadows», (e qui Vonnegut dimostra una straordinaria maestria narrativa) che hanno lo scopo di accendere lo spirito di corpo con gare ginniche dal sapore vagamente nazifascista; «sacre rappresentazioni» vagamente blasfeme, opere teatrali rappresentate dinanzi ai nuovi gerarchi in cui l’uomo medio, «John Averageman», l’anima in bilico tra il peccato e la salvezza, viene conteso dalle forze del bene (incarnate dal Giovane Ingegnere) e da quelle del male (rappresentate qui dal demoniaco Radicale) di fronte a un Giudice Supremo di sapore lontanamente Cristiano nella sua bonarietà e apparente equità. In contrasto con questa casta di aristocratici chiusi nelle loro cittadelle corazzate, in autentici ghetti vivono i cittadini medi comuni, non qualificati per svolgere le più alte funzioni direttive, che, pur di sottrarsi al grigiore di un’esistenza vuota e inutile, si irreggimentano o nell’esercito o nel corpo di bonifica stradale, dedito al rattoppo delle carreggiate e alla loro pulizia, un’attività più simbolica che reale, mentre le macchine vanno sostituendo sempre più l’uomo anche nei lavori di tipo intellettuale.

u1393Comunque le macchine sono solo il bersaglio apparente di Vonnegut; in realtà, come si vede nelle scene del recupero dei macchinari dopo la breve rivoluzione, egli le considera strumenti perfetti in se stessi e di indubbio valore e utilità. La violenta protesta dell’autore è diretta in realtà contro la burocrazia tecnocratica, una vera e propria dittatura di classe, che detiene il potere manovrandolo in nome di un’etica ipocrita e utilitaristica, magnificando le ricchezze materiali che le macchine producono incessantemente senza minimamente preoccuparsi della degradazione morale, dello svilimento intellettuale dei cittadini medi.
Si tratta di un romanzo che Vonnegut scrisse per ribellarsi a un’esistenza grigia e senza avvenire di dipendente di un colossale monopolio industriale (la General Electrics), votandosi alla carriera di scrittore professionista. È dunque un’opera autobiografica, che riecheggia appunto come dicevamo prima, la filosofia pessimistica alla base del suo pensiero.
Oggi, che sono passati quasi trenta anni dall’epoca in cui venne scritto Player piano, l’indirizzo commerciale ed economico dell’America, e in genere del mondo occidentale, è leggermente mutato e l’opera potrebbe ad alcuni sembrare meno attuale; la critica del consumismo e del suo tipico «american way of life» non è più una novità, ma nel 1952, questo romanzo fece veramente scalpore, e merita, più che giustamente, di essere paragonato ad un altro classico della sf dell’epoca incentrato sulla satira politico-economica, e cioè I mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth, che era un attacco violento contro i «mass media» e la pubblicità come potere alternativo e sostitutivo di quello politico (mentre in Player piano è il potere tecnologico, la classe tecnocratica a prendere il posto dei politici).

Kurt Vonnegut jr. è nato a Indianapolis, nell’Indiana, l’11 novembre 1922. Suo padre, Kurt Vonnegut era un architetto molto noto in quella città, ed anche il nonno, Bernhard Vonnegut, era stato architetto. Sua madre, Edith Sophia Lieber, era figlia d’un uomo che aveva fatto molti quattrini con una distilleria fino a che gli alcolici non vennero proibiti. Kurt Vonnegut jr. era il più giovane di tre figli; nacque quando i suoi genitori si avvicinavano alla quarantina e vivevano il loro periodo migliore. Kurt appartiene alla terza generazione dei Vonnegut nati in America. Il maggiore dei tre fratelli, Bernard, è oggi un fisico piuttosto noto, che lavora nella Società Little, a Cambridge, nel Massachusetts, e che si è fatto notare con una ricerca sulla fisica delle nubi, mentre la sorella Alice era una scultrice molto dotata. La sua morte per un’inguaribile malattia e quella quasi contemporanea del marito in un incidente ferroviario lasciò senza famiglia i loro quattro figli maschi.

PLRPNSRGJV1992Kurt e la moglie, Jane Marie Cox, ne adottarono allora tre, pur avendone già altri tre loro. La famiglia Vonnegut perse quasi tutto il suo grande patrimonio finanziario nella grave crisi economica del 1929. Kurt studiò nelle scuole pubbliche di Indianapolis. Suo fratello Bernard fu mandato al celebre MIT (Massachusetts Institute of Technology) e ottenne, a prezzo di grossi sacrifici, brillanti risultati. Fu deciso che anche Kurt, una volta raggiunta l’età giusta, sarebbe diventato uno scienziato. Nel 1940 fu mandato alla Cornell University, a Ithaca, con l’ordine di laurearsi in chimica. Kurt non protestò; era convinto che fosse la strada giusta e un ordine sensato. Per più di due anni studiò alacremente, ma prese sempre brutti voti. L’unica cosa moderatamente promettente che riuscì a fare in quei due anni fu diventare direttore del quotidiano degli studenti, il Cornell Daily Sun, indice della sua vocazione di scrittore. Si sentì molto sollevato quando fu chiamato alle armi.

La guerra, in fanteria, fu un’esperienza molto dura. Fatto prigioniero dai tedeschi, venne mandato a lavorare a Dresda e la vide distruggere (in seguito racconterà quest’esperienza allucinante nella sua opera forse più sofferta, Mattatoio-5) Tornò a Indianapolis dopo la guerra e sposò la ragazza di cui era innamorato fin dall’infanzia. I novelli sposi andarono ad abitare in un microscopico appartamento alla periferia del ghetto negro di Chicago. Kurt studiò antropologia, all’Università di Chicago, per tre anni, e, nel contempo, lavorò come cronista in un quotidiano. Poi si stancò e accettò un posto nell’ufficio pubblicitario del Laboratorio di Ricerche della General Electric Company a Schenectady, nello stato di New York. Ci rimase tre anni, odiando a morte quel lavoro; cominciò a scrivere e a vendere racconti alle riviste che pagavano meglio. Metà di quei racconti erano stupide storie d’amore (lo dice lui stesso), l’altra metà erano sf. Lasciò la General Electric e scrisse Player piano, una chiara satira di quella società; si trasferì nella tranquilla cittadina marina di Cape Cod, in una casa immensa. Ha pubblicato un centinaio di racconti, di cui solo una dozzina di fantascienza. Ha scritto molti testi che sono stati rappresentati alla televisione, nei teatri estivi o nel Greenwich Village, il quartiere bohemien di New York. Il suo soglio era di diventare campione olimpionico di sci, ma, come afferma egli stesso «sa appena infilarsi gli sci ai piedi». A Cape Cod ha fatto anche il rappresentante di automobili e l’insegnante di letteratura. Ma per guadagnare quattrini sufficienti a mantenere la sua numerosa famiglia si è accorto di dover scrivere in continuazione. Oggi viene considerato uno dei maggiori scrittori americani esistenti, e i suoi romanzi e le sue antologie di racconti vengono ristampati in continuazione.

Sandro Pergameno

vonne-mdL’AUTORE

Kurt Vonnegut Jr. (Indianapolis, 11 novembre 1922 – New York, 10 aprile 2007) è stato uno scrittore e saggista statunitense. Dopo le prime opere di genere fantascientifico, la sua produzione letteraria si è andata caratterizzando per una originale mescolanza di elementi fantastici, satira politica, sociale e di costume, humor nero ed espressione di valori umanisti.

http://andromedasf.altervista.org/introduzioni-cosmo-oro-distruggete-le-macchine-player-piano-1952-di-kurt-vonnegut/

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Il peccatore

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di Paolo Cacciari – 10/02/2017

Fonte: Comune info

 

Papa Bergoglio con un discorso pronunciato in Vaticano il 4 febbraio scorso ha compiuto un passo decisivo nella definizione del suo pensiero in materia di economia. L’occasione è stata un’udienza con il movimento dell’Economia di Comunione che si ispira a Chiara Lubich, un’imprenditrice che negli anni ’70 in Brasile dette vita ad esperimenti di imprese organizzate in “cittadelle” industriali che si sono date la regola di ripartire i profitti a beneficio dei dipendenti e di “coloro che sono nel bisogno”. Anche in Italia, a Loppiano in Toscana, esiste un Polo produttivo di imprese che seguono i principi dell’Economia di comunione e una Scuola di Economia civile coordinata dall’economista Luigino Bruni.

La novità del discorso di Bergoglio, rispetto alla stessa enciclica Laudato si’ (Papa Francesco, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, Edizioni San Paolo, 2015, leggi anche Il Cantico che non c’era) e a tutta la Dottrina sociale della Chiesa (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2004), è che questa volta il papa non si è limitato a denunciare i peccati (gli eccessi, gli effetti collaterali indesiderati) dell’economia, ma ha chiamato il peccatore per nome: il capitalismo.

“Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto”.

E ancora:

“Il capitalismo continua a produrre scarti”, cioè poveri, emarginati, esclusi dalla società.

Non mi pare che dalla Chiesa romana sia mai giunta una condanna così esplicita del capitalismo. Vediamo alcuni passaggi dell’impegnativo discorso pubblicato sull’Avvenire di domenica 5 febbraio con il significativo titolo di prima pagina a 4 colonne: “Altra economia, ora”. Gli imprenditori che applicano i principi e le regole dell’“economia di comunione” operano un

“profondo cambiamento del modo di vedere e di vivere l’impresa. L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla”.

Foto di Francis Azevedo

Tre i temi scelti: il denaro, la povertà e il futuro.

Sul denaro Bergoglio ricorda il Gesù di Giovanni della cacciata dei mercanti dal tempio e prosegue con un bagno di realismo:

Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine (…) [quando] l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire”.

La soluzione:

“Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo con altri”.

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Per Bergoglio la lotta alla povertà (“curare, sfamare, istruire i poveri”) ha bisogno di istituzioni pubbliche efficaci fondate sulla solidarietà e il reciproco soccorso. Qui sta “la ragione delle tasse” come forma di solidarietà e la condanna morale all’“elusione e alla evasione fiscale”. Ma attenzione, l’assistenza ai bisognosi non deve servire a nascondere le cause della povertà:

“questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere”.

Il ragionamento di Bergoglio riguarda il funzionamento dell’economia in senso generale e ridicolizza i puerili tentativi con cui un certo capitalismo tenta di riparare i danni arrecati alle persone e all’ambiente naturale. Lo scritto è davvero magistrale:

“Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!”.

Più avanti precisa:

Il capitalismo conosce la filantropia non la comunione”.

Nuit debout, Parigi 2016. Foto di Francis Azevedo

Leggendo queste parole a me sono venute in mente tanta parte della cooperazione internazionale, la fondazione Bill&Melinda Gates che pretende di insegnare agli africani come vivere, ma anche le illusioni distribuite a piene mani dalle industrie della green economy, dai “fondi di investimento etici”, dei certificati di Responsabilità sociale delle imprese e così via, tentando di umanizzare il capitalismo. Prosegue quindi Bergoglio più chiaro che mai, quasi a voler richiamare i suoi bravi interlocutori imprenditori dell’economia di comunione ad un impegno ancora più profondo:

“Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon Sammaritano non è sufficiente”.

E ancora:

“Occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture del peccato che producono briganti e vittime”.

Verso la fine torna sul concetto: è necessario

“cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti”.

Infine il tema del futuro; come comportarsi per apportare cambiamenti.

Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita – dice Bergoglio – “Piccoli gruppi” possono funzionare da seme, sale ed enzima per il lievito (leggi anche Ripartire dai piccoli gruppi di don Roberto Sardelli). “Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri”. Dono e amore, reciprocità e condivisione sono le leve del cambiamento. “Il ‘no’ ad un’economia che uccide diventi un ‘sì’ ad un’economia che fa vivere”, conclude.

Per quanti si occupano in vario modo e in varie forme di economia solidale questo discorso del papa appare molto incoraggiante.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58293

Conferenze e Convegni Lunedì 13 febbraio 2017 alle ore 17

La pedagogia Steiner-Waldorf

Antropologia, didattica ed esperienza pratica

Conferenza di Mauro Franzin
Introduce Marcello Girone Daloli
La pedagogia Steiner-Waldorf, in costante espansione in ogni continente, ha le sue radici nella concezione dell’uomo e del mondo di Rudolf Steiner. Si fonda sulla continua ricerca scientifico-artistico-pratica dell’insegnante e della compagine sociale che sostiene questa impresa culturale. Oggi più che mai si sta rivelando un eccellente antidoto agli attacchi che pervengono alla libertà dell’uomo e alla sua sfera emozionale nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Durante l’incontro il maestro Mauro porterà esempi pratici tratti dal suo lavoro quotidiano con gli studenti.
Mauro Franzin è maestro di classe entro il ciclo I-VIII classe nelle scuole Steiner-Waldorf, insegnante di singole materie nello stesso ciclo e di matematica e fisica per ragazzi delle classi superiori. È cofondatore ed amministratore dell’associazione Artemis che promuove attività culturali e gestisce percorsi pedagogici steineriani per i bambini di Trieste. Approfondisce da anni il pensiero di Rudolf Steiner.

 

Incontro con l’autore Martedì 14 febbraio 2017 alle ore 17

Sul patrimonio artistico italiano tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento.

di Alda Pellegrinelli

Antonio Canova, Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa (L’Orto della Cultura, 2016)
Introduce Edoardo Penoncini (Gruppo Scrittori Ferraresi)
Sono ormai trascorsi duecento anni dal rientro in Italia delle opere d’arte trafugate dalle truppe francesi a partire dal Trattato di Tolentino (19 febbraio 1797) e durante gli anni seguenti, in particolare tra il 1798 e il 1803 e dal 1811 al 1814; fino a che, spentosi l’astro napoleonico e insediatosi il Congresso di Vienna, lo scultore Antonio Canova viene incaricato della missione di recupero del patrimonio artistico. Questo momento si colloca al centro dello studio condotto da Alda Pellegrinelli, che comprende anche una parte riguardante la legislazione di tutela messa a punto nello Stato Pontificio, della quale vengono esaminati con particolare attenzione il Chirografo Chiaramonti (1 ottobre 1802) e l’Editto del Cardinal Pacca (7 aprile 1820), i due atti normativi che includono l’attività di Canova nella veste di Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa.
Alda Pellegrinelli vive a Ravenna dove ha parte delle sue radici familiari. Per anni docente di Storia dell’arte presso il Liceo A. Canova di Treviso, ha pubblicato diversi saggi critici. Nel 2007 presenta La narrazione figurata di Bayeux e la tradizione classica (Leonardo), uno studio sul celebre Arazzo di Bayeux in cui sono narrate le vicende della conquista normanna d’Inghilterra. Nella sua produzione compaiono anche opere di narrativa e raccolte di poesie come Il pavone sotto l’uva (2006) e Pensieri poetici: amori, follie, illusioni, ferite (2008). Con L’Orto della cultura pubblica nel 2013 il suo primo romanzo Paesaggio orientale e, nel 2015, la raccolta Di parole e d’amore.
Con il patrocinio del Gruppo Scrittori Ferraresi

Incontro con l’autore Mercoledì 15 febbraio alle ore 17

Progetto Oddity. Sei Passi nel Futuro

Antologia di racconti di fantascienza

Intervengono gli autori Alberto Amorelli, Isabella Bertasi, Andrea Moretti, Enrico Neri, Matteo Pazzi e Eleonora Pescarolo
Come mai la fantascienza viene vista come un genere di Serie B? Cosa manca nel panorama letterario moderno? Davvero non ci sono più autori che scrivono di fantascienza? A tutte queste domande vuole rispondere Oddity: imparando dalla grande tradizione Urania, il progetto del Collettivo di Scrittura Jane Doe è volto a dare la voce a tutti gli autori esordienti nostrani che vogliono misurarsi con il vasto mondo della science fiction. Intorno a questa semplice idea si è formato un nucleo di autori che ha deciso di dar vita a questo progetto: Alberto Amorelli, Isabella Bertasi, Andrea Moretti, Enrico Neri, Matteo Pazzi ed Eleonora Pescarolo. L’antologia Oddity apre alla science-fiction, cercando di ridefinire uno spazio preciso e di tutto rispetto per i nuovi autori di fantascienza italiani. Perché sei passi nel futuro sono tutto quello che vi serve per entrare nel nostro mondo. E il primo di questi passi lo presentiamo lo stesso giorno, il romanz o “Il Canto della Sirena” il primo volume della saga del capitano Ireen Devar, un pirata spaziale che cerca solo di trovare il proprio posto tranquillo nella galassia. L’autrice Eleonora Pescarolo ci guiderà tra le idee e le vicende di questa spy story, in salsa spaziale, che rappresenta il primo libro della Collana Oddity, avremo anche le anticipazioni del secondo libro, “La Pietra di Lakisa” una storia di cappa e spada spaziale ideata da Alberto Amorelli.
A cura dell’Associazione Culturale Gruppo del Tasso di Ferrara

Invito alla lettura Venerdì 17 febbraio 2017 alle ore 17

Sandro Pertini

La Cooperazione: passato, presente e futuro

Presentazione del volume che raccoglie la tesi di Laurea di Sandro Pertini, ritrovata e ripubblicata grazie al contributo della Fondazione Unipolis e di Legacoop Liguria.
Saluti di Tiziano Tagliani, Sindaco di Ferrara, e di Andrea Benini, Presidente di Legacoop Estense.
Interventi di Gianluigi Granero, Presidente di lega coop Liguria, Carlo Alberto Campi, Università di Modena e Reggio, Massimo Tosini, Associazione Sandro Pertini di Stella San Giovanni, Pierluigi Stefanini, Presidente Unipol e Fondazione Unipolis.
Modera la giornalista Camilla Ghedini.
La presentazione del volume sarà l’occasione per riflettere sull’attualità del modello cooperativo e sulla figura di Pertini come uomo politico e istituzionale.
A cura di Legacoop Estense e Associazione Sandro Pertini

Bambini e ragazzi Sabato 18 febbraio alle ore 11,30

La scatola dei giocattoli

Cosa fanno i giocattoli di notte?

Spettacolo a cura di Youterpe’s Vision
Pianoforte Anna Bellagamba, arpa Alessandra Penitenti, collaborazione tecnica di Francesco Perin
Musica di Claude Debussy e video di Youterpe’s Vision con immagini di André Hellé.
Mentre tutti dormono, eccoli uscire dalla loro scatola, guidati dalla musica!
Tenero e fiero, il Soldatino di legno combatte contro il malizioso Pulcinella per l’amore della Bambola, incantevole ballerina. Chi riuscirà a farla innamorare? E come andrà a finire?
Nel 1913 il musicista Claude Debussy si ispirò alle illustrazioni di André Hellé per scrivere un “balletto per bambini”, creando una storia delicata e umoristica, che riproponiamo oggi con le immagini originali e la musica di Debussy, trascritta per l’insolita combinazione di arpa, pianoforte e percussioni. Lo spettacolo è adatto per adulti e bambini.

 


SALVIAMO L’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI. RIDIAMO UNA SEDE ALLA SUA BIBLIOTECA L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, fondato nel 1975 dall’avvocato Gerardo Marotta e altri studiosi ha svolto, dalla sua sede di Napoli, per oltre 40 anni un’intensissima attività culturale di rilevanza nazionale e internazionale, distribuendo oltre 3000 borse di studio e fondando oltre 200 scuole di alta formazione e dando vita ad una biblioteca di oltre 300.000 tomi, molti dei quali rari e introvabili, come testi originali di Giordano Bruno e Gianbattista Vico, grazie all’impegno generoso e instancabile dell’avvocato Marotta nell’attività di ricerca, presso fondi librari e antiquari di mezza Europa. Nel 1993 l’Istituto ebbe anche un pubblico riconoscimento in un rapporto Unesco: «L’Istituto organizza corsi e colloqui ovunque nell’Europa occidentale, pubblica opere in sei lingue, antiche e moderne, contribuendo a fare della sua città una vera capitale culturale». Tutto questo è stato cancellato con un colpo di spugna dalla negligenza della politica.  Dal 2009 per l’Istituto è iniziato un lungo calvario causato dai tagli indiscriminati dei fondi alla cultura. Il primo mandante politico fu Giulio Tremonti, ma nel corso degli anni sono cambiati i volti dei protagonisti, ma non l’indirizzo politico, finchè non si è giunti a rendere insostenibile per le finanze dell’anziano Marotta l’affitto dei locali della biblioteca dell’Istituto, sita in via Calascione, a due passi da Palazzo Serra di Cassano. Ora la storica biblioteca è dispersa tra i depositi di un magazzino a Casoria, i sotterranei dell’Istituto Bianchi e le cantine di alcuni privati sostenitori. Un patrimonio inestimabile ormai inaccessibile e a rischio di deperimento o furto. Negli ultimi anni ho abbracciato la battaglia, insieme a Elena Coccia, attualmente vice-sindaco per la Città Metropolitana di Napoli, per ridare dignità all’Istituto in tutti i modi, trovando durante mio percorso grandissima sensibilità nei miei concittadini napoletani. Nel 2013 insieme ad un Comitato Civico abbiamo raccolto oltre 10.000 firme, affinchè la giunta de Magistris e il sindaco in prima persona si impegnassero a risolvere la questione. Nell’aprile 2014 Abbiamo ottenuto attraverso una delibera di iniziativa consiliare, che l’Istituto venisse riconosciuto “BENE COMUNE DELLA CITTA’ DI NAPOLI DI RILIEVO NAZIONALE E INTERNAZIONALE” affinchè questo scandalo potesse varcare i confini cittadini.  Riuscimmo a sollecitare anche la Regione Campania. La Regione  con una vecchia delibera di G.R. n. 6039/01, aveva individuato e acquistato, con fondi europei, un grande appartamento situato al n. 1 di Piazza S. Maria degli Angeli, già sede del Coni, per destinarlo a sede stabile della Biblioteca. Sembrava una possibile svolta. Eppure da allora solo un assordante silenzio. Nonostante i fondi già stanziati la situazione è rimasta immutata.  Il 12 agosto 2016 abbiamo dunque deciso di occupare simbolicamente i balconi dell’appartamento assegnato alla Biblioteca per riaccendere i riflettori sulla vicenda già da troppi dimenticata. Uno striscione campeggia da quei balconi, per ricordare alla città questa ferita ancora aperta. Sentiamo ora l’esigenza di rivolgerci direttamente al governatore Vincenzo De Luca affinchè sblocchi questa assurda situazione e apra immediatamente la sede preposta di Santa Maria degli Angeli. Anche la procura di Napoli ha aperto un fascicolo sulla “mancata tutela” della Biblioteca dell’Istituto, ormai bene comune della città. Non c’è più tempo da perdere! GOVERNATORE DE LUCA APRA LA SEDE E CANCELLI QUESTO VERGOGNOSO EPISODIO DI CATTIVA POLITICA CHE SI TRASCINA ORMAI DA TROPPO TEMPO! Antonio Luongo

Salvatore Natoli

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Incontro con l’autore Lunedì 6 febbraio 2017 alle ore 17

Donne e scienza

Antonella Cagnolati, Sandra Rossetti (a cura di)

Dall’esclusione al protagonismo consapevole
Collana “Donne nella storia”, Aracne, Roma, 1° edizione 2015, 2° edizione accresciuta 2016
Dialogheranno con le curatrici Paola Boldrini e Fulvia Signani
Il volume propone un percorso di problematizzazione della scienza moderna alla luce della tematica di genere. I saggi presenti segnalano il sessismo della cultura scientifica che limita l’ingresso delle donne nella scienza e compromette la loro carriera, sia come possibilità di accesso ai fondi e agli stanziamenti, sia come loro posizionamento ai vertici della gerarchia professionale. Alla denuncia del problema relativo alle pari opportunità nei luoghi di lavoro si affianca la critica al sessismo presente negli stessi paradigmi e metodi della ricerca scientifica. Una delle caratteristiche del pensiero scientifico sorto all’inizio dell’età moderna e affermatosi nei secoli successivi è da vedersi, infatti, nell’approccio riduzionistico con cui gli scienziati, prevalentemente di sesso maschile, hanno studiato e gestito il fenomeno della vita, concepito come un aggregato di elementi la cui interazione dipende da un funzionamento meccanicistico simile a quello che governa gli orologi e gli altri automi. In contrapposizione a tale approccio, le autrici e gli autori di questo volume prospettano modelli di saperi e di pratiche (l’ecofemminismo, la lotta alla vivisezione, la medicina narrativa e di genere, ecc.) più rispettosi della complessità che caratterizza le forme di vita e più capaci di armonizzarsi con le esigenze di protezione, tutela e cura di cui esse necessitano.

 

Incontro con l’autore Mercoledì 8 febbraio 2017 alle ore 17

… e sullo sfondo la Romagna!

Due eventi storici avvenuti nella Romagna Estense, due sconcertanti vicende storiche unite fra loro dal nome della nobile famiglia dei conti Manzoni

“Il caso Manzoni” di Fabio Mongardi (Parallelo45, Piacenza, 2016)
Romanzo-inchiesta che indaga sulla strage dei conti Manzoni, vicenda tragica avvenuta nella Romagna d’Este nell’immediato dopoguerra. Notte del 7 luglio 1945: in una piccola frazione di Lugo, posta nella bassa Romagna, vengono brutalmente sterminati tutti i componenti della famiglia dei conti Manzoni, grossi proprietari terrieri e lontani parenti dello scrittore Alessandro Manzoni. Per quella strage saranno arrestati alcuni anni dopo un gruppo di ex partigiani vicini al partito comunista. L’eccidio, mai del tutto chiarito, provocò all’epoca forti polemiche e interrogazioni parlamentari. A metà strada fra il noir e il romanzo d’inchiesta, il testo si cala dentro la storia, rievocando, attraverso la voce dei protagonisti, la drammatica atmosfera da guerra civile che ha insanguinato l’Italia di quegli anni. La postfazione al libro è stata scritta da Gian Ruggero Manzoni, parente dei trucidati.
“La Torre” di Gian Ruggero Manzoni (Società Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena, 2016)
Uomini d’arme, soldati di ventura, mercenari, inquisitori, spie, cortigiane, streghe, malavitosi, fatti di sangue, d’amore, d’onore o di pura crudeltà nella Romagna e nella Ferrara del Quattrocento. Sette romagnoli che, nel corso della famosa Guerra del Sale, conflitto che vide scontrarsi gli Estensi con Venezia dal 1482 al 1484, furono posti a guarnigione della Torre detta dell’Airone, in località Valcesura, nei pressi di Migliarino, e che vissero un’esperienza epica in cui il mestiere della armi si incrociò con traditori, eretici, una possi­bile giovane strega, la Santa Inquisizione e le truppe mercenarie al soldo dei Veneti; sullo sfondo le invasioni, da parte dei veneziani, di Argenta e Massa Fiscaglia, i canali di Comacchio, le nostre valli, le paludi e il primo braccio del Po, quello di Volano. Sette romagnoli dimenticati, perché popolani di umili origini, che ci riportano a momenti e a luoghi di indubbia fas cinazione e di importante interesse storico e culturale.

Conferenze e Convegni Venerdì 10 febbraio 2017 alle ore 17

Libertà ed eguaglianza – Lectio magistralis

Conferenza di Salvatore Natoli

Coordina Piero Stefani
Con la Lectio Magistralis del professor Salvatore Natoli si apre il ciclo dedicato alla “Libertà”. “Libertà ed uguaglianza” sono due grandi valori che spesso si sono contrapposti, anziché combinarsi in un equilibrio difficile, precario, ma necessario. Nell’esperienza storica del novecento abbiamo assistito all’assalto al cielo dell’utopia di una società giusta che si è trasformata in un regime totalitario che ha negato la libertà. Salvatore Natoli è uno dei più importanti filosofi nell’ambito nazionale ed in campo europeo. Le sue opere, tradotte in tutto il mondo, è da decenni che approfondiscono le questioni attinenti al tema che affronterà nella conferenza del ciclo: la centralità della persona considerata in un contesto sociale, il valore irrinunciabile delle libertà, la continua approssimazione di una società giusta e solidale.
L’appuntamento è stato inserito dall’Ordine dei Giornalisti nel programma di formazione permanente. Per ottenere il riconoscimento dei crediti i giornalisti potranno iscriversi gratuitamente sulla piattaforma Sigef.
A cura di Istituto Gramsci di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

 

Questo romanzo, il primo pubblicato da Dick negli Stati Uniti (nel 1955) è uscito in Italia solo tre anni dopo, diventando Il disco di fiamma. Questo cambiamento del titolo probabilmente è dovuto al fatto che tradurre l’originale Solar Lottery con “Lotteria solare” dava l’idea di gente che scommetteva sulle previsioni meteo o sulle macchie solari, mentre “Lotteria del sistema solare” era troppo lungo. Nel 2005 la Fanucci lo ripubblica come Lotteria dello spazio, che è una buona approssimazione (era ancora l’epoca d’oro della Fanucci, quella).

Comunque, a onore di chi sceglieva i titoli per i numeri di Urania nel 1958, va detto che l’idea di chiamare il romanzo Il disco di fiamma non era affatto scema, in quanto nel romanzo c’è un altro libro, scritto da un visionario del futuro, John Preston, una figura tra il genio e il ciarlatano, convinto che nel sistema solare ci sia un decimo pianeta (per l’appunto il Disco di fiamma) che potrebbe essere colonizzato. Per cui il primissimo titolo italiano non viene dal nulla, ma scaturisce dal romanzo stesso (come se avessero chiamato La cavalletta ci opprime la prima edizione dell’Uomo nell’alto castello…).

Ma torniamo alla storia raccontata da Dick che, non lo dimentichiamo, nel 1955 era alle prime armi. Sarà anche vero che aveva già scritto e pubblicato diversi racconti, e aveva finito un romanzo, La città sostituita (che però sarebbe stato pubblicato solo due anni dopo Lotteria), ma la sua produzione precedente a Solar Lottery oscillava tra fantascienza e fantasy, e il precedente romanzo era decisamente fantasy, anche se non della varietà Tolkien. Questo invece è il primo romanzo di fantascienza senza se e senza ma che Dick abbia scritto; l’opera di un principiante, ma di talento.

u531Thomas M. Disch, grande scrittore e grande critico, disse che Lotteria dello spazio è il miglior romanzo di A.E. Van Vogt; e questa battuta ha un cospicuo fondo di verità, perché effettivamente lo scrittore canadese fu una potente influenza sul Dick degli esordi, e compare addirittura in persona in un suo racconto (“Pulce d’acqua”, del 1964). Da van Vogt Dick riprende l’idea di una fantascienza avventurosa, con un ritmo narrativo frenetico, con mutanti dai superpoteri, imperi galattici, colpi di scena a ripetizione, la lotta incessante tra il potere assoluto e il desiderio di libertà dei singoli (che troviamo per esempio nelle Armi di Isher di Van Vogt, ma anche in Slan); troviamo anche protagonisti che non sanno di essere chi veramente sono (era così già in Non-A di Van Vogt, che risale al 1948; è un’idea che ha avuto una certa fortuna, visto che l’hanno risuscitata nei film con Jason Bourne).

Tutto il sistema solare, nel romanzo, è retto da un governo unico; al vertice del sistema, il Quizmaster, che non viene eletto, ma estratto a sorte con un sistema a prova di trucco. All’inizio della vicenda ci viene narrata proprio l’estrazione del nuovo Quizmaster, che sostituirà lo spietato e astuto Reese Verrick. Il nome sorteggiato è quello di Leon Cartwright, un uomo qualunque, un elettricista che per di più appartiene alla screditatissima società Preston, composta per lo più di gente dei ceti più bassi che crede fermamente nella necessità di cercare il Disco di fiamma e colonizzarlo, per dare una possibilità di libertà all’umanità. Infatti nel sistema solare dominato dal Quizmaster è in vigore un rigido sistema di caste, e il potere è saldamente nelle mani delle grandi multinazionali (no, questa non è esattamente fantascienza, oggi). Chi ha capacità tecnico-scientifiche appartiene ai ceti privilegiati, ma deve accettare di legarsi alle multinazionali con un giuramento di fedeltà che ha qualcosa di feudale. Anche il protagonista del romanzo, Ted Benteley, giura fedeltà, ma a Verrick, e lo fa credendo che sia ancora lui il Quizmaster; potrete capire che quando scopre come stanno le cose ci rimanga un po’ male.

SLRLTTRGLL2003Verrick, da parte sua, non accetta di perdere la poltrona (no, neanche questa è fantascienza, di per sé), e comincia a organizzare l’assassinio di Cartwright, perché nel sistema politico descritto nel romanzo è lecito far fuori il Quizmaster in carica per prenderne il posto. In realtà uccidere il capo è estremamente difficile, se non impossibile, in quanto si circonda di telepati in grado di capire al volo se qualcuno che si avvicina ha cattive intenzioni. Verrick però ha un asso nella manica: non manderà un killer umano a eliminare Cartwright, bensì un androide telecomandato, un essere artificiale nel quale si può incarnare a distanza un reale essere umano, come se si trovasse effettivamente nel corpo sintetico. Verrick ha una squadra di suoi dipendenti, tra cui Benteley, che a turno “entrano” mentalmente nell’androide e lo guidano, in modo da disorientare i telepati del Quizmaster con i ripetuti cambi di mente. Come se il killer fosse affetto da un incessante moltiplicazione di personalità, per cui i telepati non fanno in tempo a penetrarne una che già quella viene sostituita da un’altra.

Come vedete, è il classico piatto ricco di Dick, e ho anche cercato di semplificarlo. Il romanzo tutto sommato è stagionato bene, perché da un lato le convenzioni e le trovate della fantascienza della Golden Age a rileggerle oggi hanno un gusto vintage che tutto sommato affascina; dall’altro, messe in mano a un talento incontrollabile come quello di Dick, prendono una piega tutta loro; e comunque, la storia è un continuo fuoco d’artificio di trovate che sicuramente impedisce di annoiarsi. Te lo leggi e te lo rileggi, sempre con gusto.

Se ai produttori di Hollywood non si spegnesse il cervello ogni volta che devono fare un film di fantascienza, questo è il romanzo che dovevano far adattare. Anche con Tom Cruise o Matt Damon, via!

Umberto Rossi

http://andromedasf.altervista.org/speciale-p-k-dick-lotteria-dello-spazio-il-disco-di-fiamma-solar-lottery-1955/

In libreria dal 1 febbraio

Guai ai poveri

La faccia triste dell’America

di Elisabetta Grande

«Il nuovo povero sta sulle scale di casa quando esci, lo trovi con il bicchiere di carta in mano fuori dal ristorante […] o sta gettato sul marciapiede […] lungo la strada che percorri per raggiungere il teatro». Gli Stati Uniti attuano quotidianamente politiche di criminalizzazione della povertà, al fine di cancellare dalla vista delle persone perbene queste immagini. Il delirante sistema americano, coadiuvato dalla globalizzazione e da una società basata sui consumi, rende i ricchi sempre più ricchi sulle spalle dei poveri.

Foto di copertina: L’Acrobata, di Desideria Guicciardini

€ 14,00

Appuntamenti con l’autrice

16 febbraio 2017 – ore 18
presso Binaria Centro Commensale
Via Sestriere 34, Torino

 

Elisabetta Grande presenta il suo libro.

Con l’autrice dialogano:
- Leopoldo Grosso (Rete dei Numeri pari)
- Andrea Polacchi (Arci Torino)

- Un rappresentante delle istituzioni locali

10 marzo 2017 – ore 20
presso Casa del Quartiere
Via Morgari 14, Torino
Elisabetta Grande presenta il suo libro insieme alla senatrice Nerina Dirindin e alla ricercatrice dell’Università degli Studi di Torino Marianna Filandri. Si parlerà di povertà e welfare, con attenzione all’evoluzione del fenomeno e alle politiche d’intervento.

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