Incorporare un’idea di mondo basata sul concetto che non si ha futuro, che non si possono coltivare ambizioni, che non si possono costruire aspettative, che non si può fondare una propria progettualità individuale, che l’unica possibilità di ingresso nel mondo del lavoro passa ineluttabilmente per le vie della politica partitica, equivale alla morte civile: è la nostra modalità di praticare il sacrificio umano. Dobbiamo diventare civili, non lo siamo ancora.
Questa è l’eredità che il compianto prof. Zygmunt Bauman, squisita mente di europeo pensante, scomparso otto mesi fa, ci ha lasciato come eredità e viatico per noi che stiamo qui. Nel suo più drammatico testo pubblicato cinque anni fa (“Danni collaterali” stampato dall’editore Laterza di Bari) ci spiega come l’essere umano sia ormai diventato, per l’appunto -da cui il titolo del libro- una cifra statistica, un danno collaterale della società attuale.
Siamo ritornati al sacrificio umano.
Prima della grande civiltà.
Si impone un immediato lavoro di progettazione culturale fondativo prima che sia troppo tardi.

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