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aperiodico di approfondimento editoriale
Conferenze e Convegni lunedì 12 marzo 2018 ore 17

Il corpo e la mente: educare allo sport

Conferenza di Nicola Alessandrini (insegnante) e Angela Magnanini (docente UniRoma 4)

Il complesso rapporto tra mente e corpo percorre l’intero arco della filosofia occidentale, fino a raggiungere, nella modernità, le sembianze di una vera e propria spaccatura tra res cogitans e res extensa. Il divario tra la sfera psichica e quella fisica, fonte d’inesauribili dibattiti filosofici, sembra conciliarsi improvvisamente di fronte all’armonia di un gesto sportivo, dove mente e corpo cooperano all’unisono. Da qui l’importanza di un’educazione attraverso lo sport quale momento di un processo educativo che sappia concepire l’individuo come unità psico-somatica. In tal modo il corpo diventa progetto, grazie alla sua capacità di guardare avanti, di realizzare quanto ancora non c’è. Se è vero – scrive Foucault – che come corpo siamo irrimediabilmente qui, mai altrove, è anche vero che nel corpo nascono i nostri desideri, «è da lui che escono e risplendono tutti i luoghi possibili, reali o utopici». Per questo il nostro corpo è «luogo d’ogni utopia».
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

 

Incontro con l’autore martedì 13 marzo 2018 ore 17

La locanda delle storie imperfette

Presentazione del libro di Giulia Baccilieri

(Faust Edizioni, collana di poesia ‘Arbolé’, 2018)
Saranno presenti: l’autrice Giulia Baccilieri, la fotografa Barbara Tani e l’editore Fausto Bassini.
Il volume è corredato dalle suggestive fotografie della concittadina Barbara Tani.
La locanda delle storie imperfette” scrive l’autrice nell’introduzione “(…) è un luogo dove il tempo si ferma, le lancette dell’orologio di colpo rimangono immobili, entrarvi significa smettere di respirare. (…) Storie d’amore, storie di sofferenza, storie che fanno male o che non esisteranno mai, storie che entrano nell’anima. Usciti dalla locanda si può tornare a respirare ma nessuno saprà più chi è veramente”.
Con letture e proiezione di immagini.
Giulia Baccilieri (Ferrara, 1986): dinamica ed energica, trova nella pallavolo la giusta alleata per soddisfare la sua passione per lo sport; in continuo contrasto tra sogno e realtà, fa della musica la compagna di viaggio; riversa nella scrittura le sue emozioni, gioca con luci e ombre del passato mantenendo sempre lo sguardo – e un curioso sorriso – rivolti al futuro

Invito alla lettura mercoledì 14 marzo 2018 ore 17

Il destino del Re del futuro

Artù e le profezie dell’Antica religione

Tra combattimenti, amori e incantesimi si snodano le avventure del leggendario Artù, il Re britannico la cui storia è radicata tra il V e il VI secolo, ma che da sempre continua a vivere catturando l’attenzione di lettori e fedeli. Le notizie sulla storicità di Artù sono incerte in quanto manca una trascrizione storica degli eventi che all’epoca venivano tramandati oralmente dai Celti. Figura principale dell’Inghilterra medievale, Artù incarna il monarca ideale sia in guerra sia in pace, in grado di riunire i regni in armonia e prosperità. Oltre all’essere un giusto, Artù deve la sua fama alla visione avuta dal Druido Merlino che ne profetizzò la nascita da una unione magica: il Re del passato, del presente e del futuro. Un eroe immortale?
Già questa possibilità regala alle vicende un sapore che sa di magia, la stessa magia conosciuta e usata dagli appartenenti alla religione druidica. Dunque coesistono potere temporale e spirituale, Re e sacerdote, guerriero e Druido. E sarà proprio l’Antica religione ad essere messa in discussione con la venuta Romana e l’arrivo del Cristianesimo.
Cercheremo di ricostruire alcuni di questi percorsi tematici attraverso le pagine di Mary Stewart, scrittrice della trilogia “La grotta di cristallo”, “Le grotte nelle montagne”, “L’ultimo incantesimo” e di proporre qualche approfondimento tratto dal romanzo “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley. Il tutto accompagnato dalla visione di alcuni estratti cinematografici.
A cura del Gruppo del Tasso/Compagnia del libro

Conferenze e Convegni giovedì 15 marzo 2018 ore 16,30

Per una Psicologia dell’Esplorazione

Ritratto psicobiografico di Cristoforo Colombo

A cura di Stefano Caracciolo
“Anatomie della mente – Anno Undicesimo”, il più longevo ciclo di incontri della Biblioteca Ariostea, prosegue il proprio percorso solcando l’Oceano Atlantico assieme all’uomo che scoprì il Nuovo Mondo.
Il prossimo appuntamento (12 aprile) “Volare, Oh Oh! Risonanze emotive e temi psicologici nelle canzoni e nella vita di Domenico Modugno”.
Stefano Caracciolo, medico, psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia Clinica – Università di Ferrara / Az. USL di Ferrara. Autore di oltre 150 pubblicazioni a stampa su riviste scientifiche italiane ed estere del settore, nonché di diverse monografie, socio di numerose Società Scientifiche nazionali e internazionali. Dirige e coordina il Centro Interaziendale per i Disturbi del Comportamento Alimentare.
Per il ciclo Anatomie della mente – Conferenze dei Giovedì di Psicologia – Anno Undicesimo, in collaborazione con la Sezione di Neurologia, Psichiatria e Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina, Farmacia e Prevenzione dell’Università di Ferrara

Conferenze e Convegni venerdì 16 marzo 2018 ore 17

«Prima di tutto una casa, una donna ed un bue da lavoro»: profilo della famiglia nella Politica di Aristotele

Conferenza di Claudio Cazzola

Presenta Antonio Moschi
Secondo la vulgata, gli scritti aristotelici vengono trasportati, dopo la morte del filosofo avvenuta nel 322 avanti Cristo, a Scepsi, una località della Troade nell’allora Asia Minore, per opera di Neleo, erede di Teofrasto a sua volta erede di Aristotele. Nel primo secolo a. C. poi l’ateniese Pellicone, acquistata l’intera opera, la riporta nella sua città, da dove a sua volta le invola Lucio Cornelio Silla, recandole con sé a Roma. Il materiale – non si sa se integrale o meno – serve poi da base per l’edizione prodotta nel medesimo secolo da Andronico di Rodi. La tormentata vicenda del “corpus” risulta ancora più complessa se si pensa al trattato intitolato «Politica», a causa della evidente aporia di sistemazione e di suddivisione in otto libri, non impeccabile questa e sottoposta, dai diversi editori, a modifiche nell’ordine dei rotoli. Il libro iniziale comunque tratta della fa miglia, nucleo costitutivo della comunità umana (la “polis”), la cui analisi si compie attraverso tredici capitoli dedicati alla struttura familiare, ai bisogni, ai beni materiali, alla dinamica padri-figli insieme con quella padroni-schiavi, per chiudere con la riaffermazione del rapporto gerarchico fra chi comanda e chi è comandato. Il tutto ravvivato e sostenuto dal ricorso alla “auctoritas” di quelli che sono già dei classici, come si cercherà di illustrare.
Per il ciclo “La società degli individui – Famiglie” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia contemporanea di Ferrara

 

Conferenze e Convegni martedì 6 marzo 2018 ore 17

Archeologia in Biblioteca (7a edizione)

Tre musei per Spina. Tra archeologia, cultura materiale e geografia storica

Conferenza di Alberto Andreoli
A partire dagli anni Venti del secolo scorso si sono svolte a più riprese, nel Comacchiese, operazioni di bonifica idraulica e agraria, che hanno portato alla luce – impreviste – le vestigia di antiche frequentazioni. In particolare, il valore dei rinvenimenti archeologici di valle Trebba e, successivamente, delle valli Pega e Mezzano ha costretto le istituzioni pubbliche preposte alla tutela ad eseguire reiterate, contestuali e sistematiche investigazioni nelle c.d. terre “redente”. Gli esiti delle pluriennali indagini effettuate – com’è noto oltremodo fruttuose – hanno contribuito a fornire risposte e riscontri concreti ad interrogativi, ipotesi e teorie (alcune formulate da secoli) riguardanti la città di Spina e, più in generale, la geografia storica dell’antico delta padano. È quanto emerge dagli allestimenti “topografici” di tre istituti museali presenti sul territorio, sui quali si porta l’attenzione in questo incontro: il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, suggello e archivio di un’epica stagione di ricerca archeologica, inaugurato nel 1935 come “R. Museo di Spina”; il Museo del Territorio di Ostellato e il Museo Delta Antico di Comacchio, aperti al pubblico rispettivamente nel 2006 e 2017.
A cura del Centro Italiano di Studi Pomposiani e l’ Istituto Superiore di Scienze Religiose “B. Giovanni Tavelli da Tossignano” di Ferrara, in collaborazione con la Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria

 

Conferenze e Convegni mercoledì 7 marzo 2018 ore 17

Lunga vita al medioevo: il sogno di Umberto Eco

Conferenza di Silvana Vecchio

Ci sono stati molti modi di sognare il Medioevo: Umberto Eco ne identifica almeno dieci, ma il  Medioevo descritto ne Il nome della rosa si distingue da tutti: è un Medioevo di transizione e di pluralismo, in cui l’ossequio alla tradizione si affianca alla prefigurazione di nuovi modi di vita e a un profondo rimescolamento delle carte. Un sogno che non coincide con il sonno della ragione, anzi, come dimostra il protagonista del romanzo, Guglielmo di Baskerville, concepisce la verità come  libera conquista dell’intelletto umano.
Per il ciclo ‘Libri in scena‘ in occasione dello spettacolo teatrale Il nome della rosa, in scena dall’8 all’11 marzo al Teatro Comunale di Ferrara.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

Incontro con l’autore giovedì 8 marzo 2018 ore 17

Il sogno della Rosa. Il Roman de la Rose nella versione poetica di Franco Scataglini

Presentazione del libro di Monica Longobardi

La più bella versione poetica del Roman de la Rose ha la sua fucina ad Ancona, dove Franco Scataglini visse la sua parabola umana e poetica, guardando alle origini romanze come al suo riscatto. La sua incantevole lingua letteraria muove dal dialetto agontano, ma include e rimodella la lezione dei trovatori e dei siciliani. La Rosa è anche un ennesimo omaggio cortese alla donna amata: Rosellina, sua moglie e Musa.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

Incontro con l’autore venerdì 9 marzo 2018 ore 17

IRMA

Presentazione del libro di Roberto Dall’Olio

L’Arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2017
Presenta e dialoga con l’Autore Edoardo Penoncini
Irma Bandiera è come un eroe greco moderno, ha dovuto combattere non contro il Fato e la sua invincibile forza ma contro il Male Assoluto che dettava legge nella storia. Irma scelse la libertà convertendo la sua vita borghese in un’esistenza da partigiana in rivolta, quasi uscisse da un saggio di Camus con il suo slancio in lotta titanica e segreta contro il male politico e metafisico. Inoltre Irma Bandiera racchiude in sé nella sua breve vicenda terrena i semi del tempo a venire: la dignità dell’uomo e della donna, il tema della violenza contro le donne, la violazione del corpo femminile, la battaglia per la parità delle donne, il permanere della brutalità della tortura di cui è divenuta simbolo, contro gli abusi di ogni genere dell’uomo sull’uomo.
Roberto Dall’Olio (Medicina 1965), docente di Filosofia e Storia al Liceo Ariosto di Ferrara, pare essere essenzialmente un poeta. Ha pubblicato Tutto brucia tranne i fiori (Moretti e Vitali 2015, primo al Premio Va’ pensiero 2016). Ha vinto il premio Andronico con la raccolta Poesie d’amore (Minerva 20142) e con la poesia Portami via il Premio Joppolo. Vive a Bentivoglio.

 

Museo di Palazzo Poggi – Sala di Arte Orientale
mostra per il 30° anniversario del Centro Studi d’Arte Estremo-Orientale di Bologna

 

 

Mostra dedicata a Utagawa Kunisada (1786-1865).

Popolarissimo ai suoi tempi, la sua fama superava quella di artisti a lui contemporanei come Hokusai. A lungo ingiustamente sottovalutato in Occidente, recentemente Kunisada è stato oggetto di numerose ricerche, pubblicazioni ed esposizioni a livello internazionale, che ne hanno rivelato la straordinaria statura artistica, assegnandogli un posto stabile nell’Olimpo dei maggiori artisti della xilografia ukiyo-e del XIX secolo, accanto a Hokusai, Hiroshige e Kuniyoshi. Kunisada è l’artista più prolifico dell’arte giapponese, avendo prodotto più di 40.000 opere fra stampe, libri e dipinti. La sua sterminata produzione di stampe dedicate al teatro kabuki rivela un’eccezionale ricchezza inventiva e fa di lui il maggior autore di stampe teatrali del XIX secolo. Un altro campo in cui si è distinto, lasciando numerosi capolavori, è quello della raffigurazione di bellezze femminili, un genere chiamato in giapponese bijinga.

La collezione di stampe giapponesi ukiyo-e del Museo di Palazzo Poggi è ricca di più di 250 opere di Kunisada, la maggior parte delle quali è di proprietà della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che le ha cedute in comodato d’uso all’Università di Bologna. Per la realizzazione della mostra ne sono state selezionate circa 90 fra le più rappresentative.

Le stampe verranno presentate in tre esposizioni distinte, seguendo un itinerario cronologico, consentendo così di conoscere attraverso opere significative le principali fasi stilistiche della lunga e fruttuosa carriera artistica di Kunisada.

CALENDARIO

Seconda parte: 16 dicembre 2017 – 2 marzo 2018

Terza parte: 3 marzo 2018 – 3 giugno 2018
Inaugurazione 3 marzo 2018, ore 16.00

Orari di apertura: da martedì a venerdì: 10 – 16; sabato, domenica e festivi: 10 – 18; chiusure: 24 e 25 dicembre, 1 gennaio.

Durante il periodo espositivo verranno organizzate diverse attività collaterali, quali visite guidate e conferenze, curate dal Centro Studi d’Arte Estremo-Orientale, in collaborazione con il Museo di Palazzo Poggi.

Ingresso gratuito per gli abbonati alla Card Musei Metropolitani Bologna

Nel 2018 la Fondazione Giorgio Bassani ricorda la nascita dello scrittore ferrarese con numerose iniziative e annuncia che l’inaugurazione ufficiale della sede della Fondazione, ospitata al piano terra di Casa Ariosto, sarà il 13 aprile alle ore 11.00

  • 5, 6, 9 marzo 2018

  • Ferrara – Sedi diverse
  • Programma:
    >>Lunedi 5 marzo 2018, presso il Liceo Classico L. Ariosto si terrà la XVII Giornata Bassani organizzata da Liceo Classico Statale L. Ariosto (prof.ssa Monica Giori), dalla Fondazione Giorgio Bassani e da Arch’e Associazione Culturale N. Alfieri, in collaborazione con Rai Teche.
    - Ore 9.10: Proiezione del documentario di Enzo Biagi (del 1971) “III B facciamo l’appello. La scuola di Vignatagliata”, con interviste agli studenti Cesare Finzi, Giuseppe Lopes Pegna, Ruggero Minerbi, Eugenio Ravenna, Tullio Ravenna, Franco Schőnheit, Maurizia Tedeschi; agli insegnanti: Giorgio Bassani, Matilde Bassani, Primo Lampronti; alla docente del Liceo Ariosto Camilla Giovanelli; al testimone”ariano” Luciano Chiappini.
    Alla fine della proiezione l’attrice Gioia Galeotti leggerà una lettera inedita di Bassani a Ettore Bernabei, storico direttore della Rai, proveniente dal Fondo Bassani e un’ intervista inedita a Matilde Bassani del 26. 01. 2006. Intervengono Paola Bassani, figlia dello scrittore e Silvana Onofri, presidente di Arch’è.
    - Ore 11.15 : Girolamo de Michele, docente del liceo Ariosto, parlerà di “Il Giardino come Eterotopia“. Sarà presente Paola Bassani, presidente della Fondazione Giorgio Bassani.
    Girolamo De Michele scrive di filosofia e critica letteraria su diversi giornali e ha pubblicato saggi di filosofia e ricerca storica. Per Einaudi Stile libero sono usciti i suoi romanzi “Tre uomini paradossali” (2004), “Scirocco” (2005) e “La visione del cieco” (2008). Nel 2008, per le Edizioni Ambiente, ha pubblicato “Con la faccia di cera”, romanzo sulla tragedia delle morti degli operai Solvay. Ha inoltre pubblicato “La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla” (2010) in difesa della scuola pubblica, e “Filosofia. Corso di sopravvivenza” (2011).
    Ingresso a invito
  • Ingresso: gratuito

BUR

Commenti disattivati
Prima di tutto qualche parola su questa storica collana, la più antica dei tascabili in italia la BUR : Biblioteca Universale Rizzoli. Dobbiamo la nascita di questa collana di successo ad un intellettuale e dirigente d’azienda, di cui oggi pochi ricordano i grandi meriti, Luigi Rusca (1894-1986), che fu dal 1928 al 1945 Direttore Generale nella Mondadori, e occupandosi della collana Medusa, riuscì a portare a casa importanti scrittori stranieri che determinarono il successo della collana verde.
Passato alla Rizzoli, che fino a quel momento si era occupato esclusivamente di periodici, Novella, Oggi, Omnibus, l’Europeo, propose di utilizzare il grande potenziale industriale dell’editore per pubblicare libri già conosciuti dal grande pubblico, liberi da diritti d’autore, in una collana super-economica.

Angelo Rizzoli (1889-1970), che era imprenditore con grande fiuto accettò, e nel 1949 fece uscire la nuova collana con cadenza settimanale, formato 10×15, calcolando il prezzo di 50 lire ogni 100 pagine, si avranno così libri singoli, doppi, tripli e quadrupli, e anche la numerazione dei volumi seguirà questo principio.

Il grande successo di questa collana (parliamo delle vecchia Bur, cessata nel 1972) è data non solo dal numero di opere pubblicate, oltre 900, dalle tirature impressionanti per l’epoca, ma anche dal riconoscimento dell’Unesco – unico nel suo genere – che nel 1952 dichiarò la Bur “iniziativa di importanza e interesse mondiale

estratto da http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.com/2018/02/colette-claudina-scuola-claudina-parigi.html

Emocrazia

Commenti disattivati

Perché votare per il male minore, quando si può votare per il male peggiore?

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Genere: Fantascienza

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Conferenze e Convegni lunedì 26 febbraio 2018 ore 17

​Introduzione alla Permacultura

Conferenza di Maurizio Perini

Introduce Marcello Girone Daloli
Cos’è la permacultura? Quale etica la anima? Con Maurizio andremo ad analizzare, attraverso i fondatori della permacultura, Bill Mollison e David Holmgren, quali sono i suoi principi fondanti per incontrare e insieme conoscere una possibilità di partecipare quotidianamente alla cura della terra.
Maurizio Perini, laureato in Filosofia a Milano, vive da quindici anni in Valle Camonica dove ha cominciato a dedicarsi alla permacultura seguendo corsi di Food Forest, pratiche rigenerative, consociazioni e correlazioni tra piante, conseguendo infine il PDC (Permaculture Design Course) con Giuseppe Sannicandro. Collabora con un’azienda agricola locale dove si dedica ad un progetto di permacultura, nonchè con scuole sul territorio con progetti di “orti nelle scuole” e segue piccole realtà urbane mettendo a disposizione le sue conoscenze.

 

Incontro con l’autore martedì 27 febbraio 2018 ore 17

Come foglie nel vento

Presentazione del libro di Luigi Bosi

(Este Edition 2017)
Dialogano con l’Autore Gina Nalini Montanari e Riccardo Roversi
Con la consueta capacità creativa e inventiva, l’Autore immagina un viaggio che si snoda lungo mezzo secolo di storia, dagli anni Quaranta al nuovo Millennio, e percorre un itinerario che abbraccia due diversi Paesi, l’Italia e gli USA.  Separati tra loro dalla vastità dell’oceano, nella contingenza della narrazione sono fatalmente resi vicini e simili dal sottile gioco dei destini umani che «… il vento di marzo, il vento della vita» sa intrecciare. A Bosi piace fermarsi a contemplare le cose “della vita”, senza fretta, per farne un distillato di sensazioni, di emozioni, di rapporti affettivi.
Luigi Bosi è nato a Ferrara. Di professione medico, ha ricoperto per quindici anni il ruolo di primario di medicina generale presso l’Arcispedale S. Anna. È autore sia di opere a carattere scientifico – comparse su importanti riviste mediche italiane e straniere – sia di genere squisitamente letterario. Con questa casa editrice ha pubblicato i romanzi Le stagioni della memoria(2012), Al tempo dei lupi (2013), Dove finisce il cielo (e-book, 2013), Una manciata di niente (e-book, 2015), Quando l’anno sta per finire (2015) e La città al di là del mare (ebook, 2016).

Invito alla lettura mercoledì 28 febbraio 2018 ore 17

Virgilio – Bucoliche

Traduzione italiana in endecasillabi di Rina Buroni e Carla Baroni

(Ed. Nuovecarte, 2018)
Tito Manlio Cerioli ne parla con Carla Baroni.
Introduce Silvia Casotti, Nuovecarte – Ferrara.
Letture di Sandro Mingozzi.
Questa traduzione a due mani nasce da un’esercitazione scolastica che Rina Buroni si trovò ad affrontare all’età di soli tredici anni; si trattava di rendere in italiano l’incipit delle Bucoliche di Virgilio. Lo fece in endecasillabi perfetti e le valse parecchi riconoscimenti. Solo molto più tardi la figlia, Carla Baroni, cercò di convincerla a proseguire il suo lavoro, ma senza successo. Di qui la decisione della poetessa ferrarese di completare, dopo la morte di Rina, le parti mancanti, e di dare finalmente alla stampa e divulgare questo impegnativo lavoro. Si tratta di un ulteriore tardivo omaggio al lavoro di una poetessa del tutto sconosciuta, dopo la pubblicazione recente dell’opera completa di Buroni, e assume un significato particolare proprio perché da qui ha avuto inizio quella visione bucolica della vita che ha permeato molte delle sue liriche. Per quanto riguarda le parti tradotte da Car la Baroni, invece, lei stessa commenta: “Mi sono rifatta un po’ a quanto – si dice – rispondeva Salvatore Quasimodo a chi gli criticava la non perfetta aderenza filologica della sua stupenda traduzione dei Lirici Greci: ‘Io ne ho tradotta l’anima’, sperando di esserci riuscita anch’io, almeno in piccola parte”.

giovedì 1 marzo 2018 ore 17

Il corpo e la mente: come metterli in relazione

Conferenza di Chiara Baratelli (Psicoterapeuta)

Introduce Cinzia Carantoni (Wasp Project Management)
Psiche e Soma dialogano continuamente. Soma registra gli eventi del corpo accaduti anche molti anni prima che si trasformano in sintomi psichici e corporei. Il corpo è sensibile a qualsiasi incontro spiacevole, anche alle parole e colpisce gli organi, e questi danno segno di aver ricevuto il colpo: una fitta al cuore, un amaro in bocca (che traduce l’amarezza), un colpo allo stomaco, una nausea reale per qualcosa che è nauseante. Le alterazioni dell’esperienza somatica possono andare da lievi e passeggere preoccupazioni ingiustificate riguardo alla nostra salute fino a convinzioni intense e persistenti per gravi minacce che si ipotizzano incombano sul fisico come nell’ipocondria. Il corpo può esso stesso esser vissuto come minaccioso (come nell’anoressia mentale), oppure deformato (come nel dismorfismo corporeo), oppure estraneo (come nella depersonalizzazione somato-psichica). L’alterazione del rapporto tra mente e corpo pu&og rave; arrivare al “divorzio” tra i due. Questo ha spesso carattere difensivo, avendo lo scopo di circoscrivere alla sfera somatica uno sconvolgimento che, altrimenti, sarebbe vissuto come ancora più minaccioso.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

 

Incontro con l’autore venerdì 2 marzo 2018 ore 17

Veli d’Occidente. Trasformazioni di un simbolo

Presentazione del libro di Rosella Prezzo

Moretti & Vitali, 2017
Ne parlano con l’autrice Francesca Mellone e Silvana Vecchio
Il tema del velo non è legato solo alla tradizione islamica che in varie forme lo impone alle donne, ma fa parte anche della nostra cultura. In tutte le religioni monoteistiche si parla di rivelazione; la filosofia ha la pretesa di svelare la verità; la psicanalisi si fonda sul disvelamento di un trauma. E nell’arte figurativa il corpo, volta a volta velato o svelato, si pone al centro di una fitta rete simbolica.. .Raccontare questa trama di significati, questo intreccio di saperi e di culture, rende il problema del velo più vicino a noi, trasformandolo da sintomo di un disagio sociale a simbolo che ci appartiene.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

 

 

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di Teodoro Klitsche de la Grang – 15/02/2018

Traditi, sottomessi, invasi

Fonte: civiumlibertas

Questo libro appartiene a quella pattuglia di saggi – per la verità, in rapido accrescimento – in cui si considera l’Italia in piena decadenza, ma si spera che possa esserci una resurrezione, un Rinascimento. Per aversi quest’ultimo è tuttavia necessaria la consapevolezza di trovarsi nell’altra: proprio quel che la classe dirigente – e la cultura di regime – occulta e/o evita di ammettere perché dimostrerebbe sia la propria decrepitezza che, ancor più, quella delle idee e della formula politica che sostiene.

Scrive l’autore “Il popolo italiano da secoli è stato dalle sue élite, umiliato, svenduto e sottomesso agli stranieri… L’Italia è stata pascolo, anche negli ultimi decenni, per grandi, medie e piccole potenze che hanno scorrazzato e spadroneggiato indisturbate (pure con i loro servizi segreti) fra le sue gloriose vestigia, imponendoci i loro interessi e calpestando i nostri. Gli italiani sono stati trattati da sudditi, senza più sovranità sostanziale… Perciò non sorprende che il rapporto Censis 2017 sveli che il 64 per cento degli italiani è convinto che gli elettori non contino nulla… un italiano su due (il 49 per cento) dichiara di sentirsi straniero in patria e il 73 per cento ritiene che l’Italia sia un Paese in declino”. Circostanze confermate (tra l’altro) dai dati economici dell’ultimo quarto di secolo. L’Italia è cresciuta di circa 2 punti del PIL, mentre la crescita media dei paesi dell’Unione europea è di circa 30 punti nello stesso periodo. Il risultato è che “è esplosa la povertà fra le famiglie italiane, lo stato sociale è a pezzi, aziende chiuse, operai rimasti disoccupati e imprenditori suicidi, spazzati via decenni di conquiste sociali, i lavoratori depauperati e prostrati”. Lo Stato sociale, che era il fiore all’occhiello del “compromesso fordista” (socialdemocratico-liberale) deperito come e forse di più di quanto si sia bloccata la crescita economica. Questo a convalidare che tutti i discorsi fatti sui diritti del Welfare, come sulla “Costituzione più bella del mondo” (ecc. ecc.) valgono poco o niente quando non sono sostenuti dallo sviluppo economico.

Peraltro “si continua a non vedere il problema di fondo costituito dalla moneta unica e dai vincoli Ue che significano dominio tedesco e sfacelo italiano”; in effetti “abbiamo classi dirigenti che sembrano non sapere nemmeno cos’è l’Italia, cosa rappresenta nella storia umana”. L’unione europea ha svolto un ruolo negativo (e non solo perché piegata agli interessi della Germania). In effetti l’Unione europea “non è stata solo un disastro per la nostra economia nazionale: ha preteso pure di imporre un’omologazione culturale e ideologica”. Tuttavia “non è stata solo dabbenaggine quella dei governi che – nel corso degli anni – ci hanno portato a questo punto. C’è stata soprattutto subalternità psicologica e ideologica e anche grossolana incompetenza, arroganza, cecità irresponsabile, mancanza di senso dello Stato, disprezzo per il nostro popolo”. La classe dirigente decaduta è “Un mondo che si abbevera ai giornali politically correct sfornati dal capitale e solidarizza con tutti i popoli meno il nostro… Un mondo di bella gente che si ritiene colta, illuminata e professa l’ovvio dei popoli. Cercano di riempire il vuoto delle anime con utopie sempre nuove: oggi quelle cosmopolite appena messe in commercio dalle multinazionali del cazzeggio ideologico… Oggi come ieri detestano la fede e la tradizione cattolica del nostro popolo che non conoscono, ma trovano interessante da sostenere qualunque altra religione”.

La conclusione è che “fra pochi anni l’Italia non esisterà più. Non solo per un crollo demografico che, a breve, rischia di diventare tecnicamente irrimediabile. Nell’arco della nostra generazione infatti si sta consumando precisamente questo avvenimento epocale: la sparizione dell’Italia come Stato indipendente e sovrano, la nostra estinzione demografica come popolo, come nazione e il nostro dissolvimento come civiltà, come storia, fede e cultura, che – come ho detto – stanno per essere sostituite da altri popoli e altri costumi e religioni. Magari con moschee al posto delle chiese”. E con i media che accompagnano e definiscono questo scenario come “normale. La classe dirigente, si legge in un importante quotidiano “ha il dovere di condurre il Paese, senza strappi al futuro multiculturale e multirazziale”.

Invece una classe dirigente ha il dovere di fare gli interessi della comunità che guida. Ma le nostre élite “si attardano a scontrarsi su questioni secondarie, un po’ per colpevole impreparazione e dilettantismo, ma in molti casi perché non si vuole riconoscere il vero, grande problema di fondo che imporrebbe loro una cocente autocritica”.

Se invece di discutere su argomenti di scarso o nullo rilievo spesso offerti al dibattito come espedienti di disinformazione per distrarre l’opinione pubblica dalle cause reali della crisi si ragionasse su quelle l’esito sarebbe probabilmente diverso, ma esiziale per le élite.

Queste – in particolare le sinistre ci hanno regalato anche, scrive Socci, la prevalenza della  normativa europea su quella nazionale, ma nessun paese d’Europa, e soprattutto   la Germania ha adottato un precetto siffatto, che consacra sul piano giuridico una situazione  di subalternità   e di non reciprocità estranee alla parità vigente tra Stati sovrani: Per cui si può adattare alla sovranità italiana la (famosa) frase di Orwell sull’uguaglianza “che tutti sono sovrani, ma qualcuno è meno sovrano degli altri” Quel qualcuno, grazie alla classe dirigente, è per l’appunto l’Italia.

Socci cita a tale proposito i tweet di Renzi e Gentiloni. Il primo nel giugno 2016 scriveva che “le nostre battaglie in Ue non erano per l’interesse dell’Italia, ma perché ritenevamo fossero interesse dell’Europa”; ad agosto 2017 ci ripensava “abbiamo sbagliato a non difendere i nostri interessi nazionali”. Il che è (appunto) una conferma del fatto che effettivamente non hanno difeso gli interessi dell’Italia come era loro dovere morale e costituzionale. Gentiloni nell’agosto 2012 scriveva “Dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica”; e poi è diventato Presidente del Consiglio. D’altra parte se si va a guardare l’operato di gran parte delle élite, della seconda repubblica   soprattutto, si constata che a fronte   dei pessimi risultati   del loro agire, i principali attori hanno fatto splendide carriere; ciò suscita il sospetto che tra quelli e queste vi sia un rapporto di causa/effetto. Poi, negli ultimi anni era evidente la ribellione dei popoli ai loro establishment Trump e Brexit, ma non solo, docunt (forse i governati si stanno rendendo conto di quella causalità) e ciò ha fatto sì che, le élite abbiano cominciato a esternare ampiamente contro la democrazia, e soprattutto contro la “capacità” dei popoli di decidere. A sintetizzare una concezione del genere si può parafrasare quella che designava i monarchi costituzionali del XIX secolo “il popolo vota, ma non decide” (perché può scegliere male). Come se i governanti fossero, di converso, infallibili. Ma se lo fossero non si capisce perché “invece, siamo sempre più indebitati, pur avendo sottoposto gli italiani a salassi micidiali che hanno messo in ginocchio la nostra economia e il nostro Welfare? Non è questa la più grande bufala, la vera fake news, della storia d’Italia dei nostri anni? Perché – nonostante decenni di sacrifici – non se ne viene a capo e anzi il debito pubblico è sempre più grande, lo stato sociale ridotto al minimo e la nostra economia sempre più devastata?”.

Certo avendo governanti che, invece di trattare con Stati, istituzioni, potentati (esteri e interni) avendo come bussola l’interesse nazionale, erano tutti contenti di “fare i compiti a casa”, il risultato non poteva essere diverso.
Secondo l’autore, decisivo ai fini della (nostra) decadenza economia – oltre alla perdita della “sovranità monetaria” con l’euro è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro che ha costretto lo Stato a finanziarsi a tassi di mercato “Quello che ci mette k.o., sono gli interessi che paghiamo ogni anno sul debito, circa 70 miliardi di euro… Ma ci siamo indebitati così proprio a partire dal «divorzio» Tesoro/Bankitalia, primo passo delle grandi riforme modernizzatrici in senso europeista. Fu proprio la nostra rinuncia alla sovranità monetaria che fece esplodere il debito e gli interessi relativi, con la zavorra che tuttora ci grava addosso. Ciò che accadde dopo – cioè Trattato di Maastricht e poi l’euro – moltiplicò gli effetti devastanti di quel primo passo verso la moneta unica”. Questo è un salasso colossale (pare abbiamo pagato gli interessi tra il 1980 e il 2012 circa due volte il nostro PIL), pari ad una guerra persa. Al posto delle “riparazioni” così denominata dal Trattato di Versailles lo chiamiamo spread, e le élite soddisfatte, si congratulano per essere entrate in Europa (perché non ci stavamo da qualche millennio?). E ripetendo questi ritornelli finisce, scrive l’autore, che “ci troviamo avviluppati in un circolo vizioso da cui non si esce. Se si continua a sbagliare la diagnosi del male, si sbaglia anche la cura e si aggrava la malattia”. La sinistra poi è diventata l’imbonitrice della globalizzazione “negli Stati Uniti e in Europa la cosiddetta sinistra è di fatto la classe dirigente ritenuta più affidabile dai «mercati»”. “Per questo ciò che appare come sinistra non corrisponde più, da tempo, a una politica di difesa dei lavoratori e dei più poveri. Come ha scritto Costanzo Preve, dopo il ’68 e soprattutto dopo il 1989, «le burocrazie amministrative del comunismo italiano» si sono riciclate come «personale politico di gestione dell’attuale americanizzazione culturale»”. La classe dirigente di origine comunista, «è stata il vettore ideale dell’attuale cancellazione dell’identità culturale nazionale» e così invece di difendere i diritti dei lavoratori si considera progressista con “l’invenzione della battaglia per i cosiddetti «diritti civili» che sono una grande arma di distrazione di massa”. Come sostiene Camille Paglia “La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare”. Principale ostacolo al saccheggio globale è la rivendicazione della sovranità della comunità. Ritiene Diego Fusaro “La sovranità nazionale sussiste dopo la caduta del Muro di Berlino come l’ultimo muro di cinta contro il quale i poiliorceti del mondialismo stanno con violenza scagliando arieti per poter penetrare nella cittadella e depredarne ogni bene”. Ed è del pari ovvio perché (per la sopravvivenza dei popoli e delle loro istituzioni) è necessario riprendersela, quella monetaria compresa.

E così continua l’autore mostrando il nesso tra rappresentazioni (errate) della realtà, risultati (pessimi) e intenzioni (esternate) della classe dirigente.

A conclusione del tutto e lasciando il resto ai lettori, che si augurano numerosi, è necessario ricordare che, tra i tanti (dimenticati dal pensiero unico) che avevano previsto il (loro) futuro e il (nostro) presente, è interessante quello che scriveva un illustre giurista, Maurice Hauriou, che può offrite una chiave di sintesi al saggio di Socci.

Maurice Hauriou.

Il giurista francese non credeva che l’umanità vada in una sola direzione (del progresso) ma che periodi di progresso e di decadenza si alternino – e indicava come fattori di crisi il denaro e lo spirito critico; e come fattori di trasformazione (cioè di crisi, ma anche di rifondazione comunitaria e istituzionale) la migrazione dei popoli e il rinnovamento religioso. Prevedeva anche che lo spirito economicista finisce per distruggere perfino le proprie creature (come la speculazione finanziaria fa con l’economia reale).

Quanto allo spirito critico – che oggi si direbbe relativismo – la demistificava in una linea di pensiero che va da Vico ai pensatori controrivoluzionari come Maistre e Bonald, l’idea che il relativismo possa legittimare autorità e istituzioni. Non foss’altro perché, queste esistono per dare certezze. Senza certezze, senza fede, una comunità umana non può (alla lunga) avere un’esistenza. Può anche credere in un assoluto non trascendente, ma deve necessariamente avere un ubi consistam. Ogni popolo trova il suo: quel che è impossibile è non averlo. O averne uno incompatibile con la tradizione, lo “spirito” e i valori della comunità.

Nel concludere il libro Socci ricorda come il Risorgimento italiano fu viziato da un errore “l’idea  di unificare l’Italia non per via pacifica e federale come prospettava il papa, ma per via militare e sotto una sola dinastia fu devastante anche per il meridione d’Italia, dove da secoli governava una monarchia legittima quanto quella sabauda” Il nuovo regno nacque così (più per caso che per volontà del genio di Cavour) da una guerra civile e da una frattura col cattolicesimo (il non expedit), una cesura tra la tradizione nazionale e la novità istituzionale. Indebolendo così l’istituzione-Stato nazionale fin dalla nascita. Questa gracilità, aumentata dall’esito della seconda guerra mondiale, ci ha dato istituzioni, in particolare quelle della Repubblica, poco idonee a superare i momenti di crisi e a proteggere così la comunità nazionale, come successo in questi ultimi trent’anni.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60148

Conferenze e Convegni martedì 20 febbraio 2018 ore 17

Flussi migratori e patologie infettive

Paure e pregiudizi

Conferenza di Carlo Contini (Sezione di Malattie Infettive e Dermatologia – Dipartimento di Scienze Mediche – Università di Ferrara)
In Italia, negli ultimi vent’anni, la popolazione migrante è cresciuta di quasi venti volte. Al patrimonio di salute in dotazione all’immigrato che appariva giovane, forte e quindi più sano (effetto migrante sano), si è contrapposto, al suo arrivo in Italia, un patrimonio che si dissolve sempre più rapidamente (effetto migrante esausto), per malessere psicologico, mancanza di lavoro e reddito, degrado abitativo. Le Malattie Infettive, pur non preponderanti tra le patologie del migrante, spesso identificano quest’ultimo, in modo ingiustificato, quale untore da bonificare e da cui difenderci. E’ innegabile, però, che la comparsa di nuove patologie da infezione o di altre che sembravano destinate a ridursi o estinguersi, rappresenta un argomento più che mai attuale nella società in cui viviamo. Verranno discusse le principali patologie infettive importate o acquisite nel nostro Pa ese, facilitate dalle difficoltà legate al processo migratorio e di adattamento alla terra ospitante e dalle condizioni di sfruttamento anche sessuale cui sono sottoposti donne e uomini rifugiati e migranti. La tutela della salute dei migranti è divenuta una delle sfide in Sanità Pubblica e riguarda la necessità di garantire percorsi di tutela a quella parte di popolazione che per vari motivi si trova a vivere ancora ai margini del sistema, in condizioni di fragilità sociale, economica e culturale.
A cura dell’Accademia delle Scienze di Ferrara

 

Incontro con l’autore mercoledì 21 febbraio 2018 ore 17

Senza traccia

Presentazione del libro di Alda Pellegrinelli

(L’Orto della Cultura, 2017)
Dialoga con l’Autrice Nicoletta Zucchini (Gruppo Scrittori Ferraresi)
La storia narrata in Senza traccia, ci riporta in chiave romanzata ai primi anni cruenti del terrorismo in Italia. Questo è lo scenario in cui si muovono i protagonisti della storia: da una parte gli appartenenti ad un gruppo di lotta armata costituitosi a Roma; dall’altra un ispettore di polizia, Giovanni Farneti, e i suoi uomini che, con grande difficoltà,  tentano di risalire ai membri del gruppo stesso, autore di una serie di azioni criminose. L’indagine li porterà a collegare in particolare alcuni elementi di spicco del gruppo con l’assassinio di un ingegnere responsabile, negli stabilimenti di Porto Marghera, del reparto di lavorazione del CVM. Quando, però, finalmente l’ispettore e i suoi collaboratori si troveranno vicini alla soluzione del caso, per un curioso gioco del destino, si vedranno di nuovo sfuggire di mano la situazione.
Alda Pellegrinelli vive a Ravenna; fa parte dell’Associazione Italiana di Cultura Classica (Delegazione di Ravenna) e del Gruppo Scrittori Ferraresi (Ferrara); dopo essere stata insegnante di Storia dell’arte nel Liceo Canova di Treviso, si è dedicata all’attività letteraria ed ha pubblicato opere di narrativa e raccolte di poesie. Suoi sono Il pavone sotto l’uva (2006), Pensieri poetici: amori, follie, illusioni, ferite (2008), Paesaggio orientale (2013) e Di parole e d’amore (2015).
Ha pubblicato anche alcuni saggi critici, come La narrazione figurata di Bayeux e la tradizione classica (2007) e Sul patrimonio artistico italiano tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento. Antonio Canova Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa (2016).
Senza traccia è il suo secondo romanzo.
Con il patrocinio del Gruppo Scrittori Ferraresi

Conferenze e Convegni giovedì 22 febbraio 2018 ore 17

Esilio religionis causa: Olimpia in Germania

A cura di Antonella Cagnolati e Sandra Rossetti

Secondo incontro del ciclo “Genius in abiti femminili: Olimpia Morata
- Ciclo di conferenze sulle biografie di donne ferraresi -
A partire dal 1548 si apre una nuova fase nella vita di Olimpia Morata. Eventi dolorosi si susseguono: il padre, dopo una lunga malattia, muore e la famiglia rimane senza sostentamento economico; Olimpia si allontana dalla corte per curare il genitore e non verrà più accolta come compagna di studi di Anna d’Este che nel frattempo andrà sposa al Duca di Guisa. La corte ducale viene sottoposta nel contempo alla stretta sorveglianza da parte dell’Inquisizione romana, in conseguenza delle scelte religiose “ereticali” di Renata di Francia. Tutto ciò determina la fuga e l’allontanamento di personaggi di spicco dell’entourage ducale, come Clement Marot e Johannes Sinapius. Una nuova luce però appare all’orizzonte: Olimpia e il giovane medico Andreas Grunthler si innamorano e si sposano con rito luterano e decidono di andare a vivere in Germania tornando nel paese natale del marito, la cittadina di Schweinfurt. Il soggi orno tedesco sarà piacevole nei primi tempi ma l’esistenza di Olimpia si incrocerà con i grandi eventi della Storia, ovvero le guerre di religione tra Cattolici e Protestanti che insanguinavano allora la Germania. Dopo un lungo assedio durato ben quattordici mesi, Schweinfurt capitolerà e la coppia sarà costretta alla fuga. Gli stenti, la fame, gli orrori della guerra provocheranno ad Olimpia la malattia che la condurrà alla morte nel 1555 ad Heidelberg, città nella quale ancora giacciono i suoi resti mortali.
Con il patrocinio dell’Associazione Olimpia Morata e dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

Conferenze e Convegni venerdì 23 febbraio 2018 dalle 10 alle 17

Per una rete delle Associazioni Amici delle biblioteche e del libro

A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

- Convegno -
L’associazione Amici della Biblioteca Ariostea, da sempre impegnata nel sostegno all’istituzione bibliotecaria cittadina, organizza una giornata di studio e d’incontro per costituire un coordinamento nazionale fra le associazioni impegnate nella promozione della lettura, per migliorare i modi di sostegno al lavoro svolto dalle biblioteche, per attirare l’attenzione del pubblico e delle amministrazioni locali, regionali e nazionali, sulla fondamentale funzione educativa, sociale e politica delle biblioteche. Sarà anche un’occasione per ascoltare più voci del ricco e attivo panorama bibliotecario italiano ed anche straniero.
Apertura dei lavori a cura di Paola Zanardi
     I. Parte ore 10-13
Le biblioteche oggi: problemi di gestione e prospettive future
Interventi di:
Lina Bolzoni (Normale di Pisa)
Paolo Tinti (Unibo)
Klaus Kemf  (Biblioteca di Monaco di Baviera)
Enrico Spinelli (Direttore Biblioteca Ariostea)
     II. Parte ore 14,20-17
Le associazioni raccontano le loro esperienze
Associazioni Amici Biblioteca Universitaria Torino (Franco Caravezza)
Associazione Amici della Malatestiana di Cesena (Giordano Conti)
Associazione Amici della Classense di Ravenna (Claudia Agrioli)
Associazione Amici della Oliveriana di Pesaro
Associazione Amici Biblioteca di Monza (G. Pascucci)
Associazione B. Misinta, Brescia (Filippo Giunta)

 

 

In tempi dove i simboli e i miti vengono volontariamente cancellati, dimenticati o rinchiusi in maniera amorfa dentro i musei per divenire, in maniera stantìa, eterna prassi del quotidiano fine a se’ stessa, vogliamo mettere in evidenza uno degli animali che hanno fatto e fanno riferimento alla ancestrale cultura indoeuropea. Stiamo parlando del cervo.

Animale nobile e con portamento aristocratico, ha fatto parte del patrimonio simbolico, esoterico e religioso della cultura indoeuropea (e non solo).

Come si può leggere molto chiaramente in un vecchio articolo di Alberto Lombardo, apparso su “La Padania” del 16 settembre 2001:

“Il nome di questo animale ci viene dal latino cervus: parola dalle origini assai lontane, risalente a un’antica forma indoeuropea *ker-wo- (che è ampliamento in -u di *ker, “testa”), attestata in più aree, ossia in quella celtica (gallese carw, cornico carow, bretone karo), germanica (antico alto tedesco hiruz), baltica (prussiano sirwis, “capriolo”) e greca (xeraós, “cornuto”)”.

E sempre nello stesso articolo, Lombardo, mette in evidenza altri aspetti, secondo noi da mettere assolutamente in primo piano:

“Questa importanza centrale del cervo è stata spiegata egregiamente da Adriano Romualdi, un profondo studioso della preistoria indoeuropea: egli identificò il cervo con l’animale dei cacciatori del Nord, contrapposto nel simbolismo al toro, elemento della forza cieca generatrice e tipico delle precedenti civiltà matriarcali. Lo scontro tra i due opposti simbolismi, tanto chiaro in Irlanda, in Scandinavia, in Val Camonica, è la raffigurazione nei simboli di due civiltà e anche di due diversi principi, e il cervo in questa contrapposizione assume l’emblema di animale tipico della civiltà indoeuropea. Scrive Romualdi: «Dietro a questo urto di simboli, dietro all’espansione dei popoli dell’ascia da combattimento e alla diffusione dei linguaggi indoeuropei, si cela un avvenimento di grande importanza spirituale. È il principio paterno che si urta contro la “civiltà della madre”; la virilità olimpica contro il mito taurino e materno della fecondità; l’ethos delle “società degli uomini” contro la promiscuità entusiastica dell’antico matriarcato»”.

Il cervo è anche uno degli animali più importanti della cultura celtica, per la sua connessione con il mondo dei morti e con Cernunnos, dio della virilità, della fecondità, della guerra. Dio presente e raffigurato anche nel Calderone di Gundestrup, manufatto celtico della fine del II secolo a.C., ritrovato nel 1891 nello Jutland.

Adorato anche in molte altre aree, questo animale cornuto è legato, per esempio, anche alle leggende legate all’eroe di Leinster Finn: i suoi discendenti si chiamavano Oisin-ovvero cerbiatto- e Oscar, che significa “amante del cervo”.

Ma anche nella tradizione cristiana la perdita periodica dei palchi, è associata alla Resurrezione del Cristo. Episodio famoso, sempre per la tradizione cristiana, è quello di Sant’Eustachio. Placido, generale dell’esercito dell’Imperatore Traiano, mentre si trovava nel bel mezzo di una battuta di caccia, si imbattè in un cervo, il quale in mezzo alle sue corna, figurava il volto del Redentore. Quest’ultimo gli disse: “Placido perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”. Da quel momento, il generale cambiò il nome in Eustachio, facendosi battezzare.

L’essenza, la divinizzazione e la figurazione di questo bellissimo e nobile animale, la possiamo ritrovare anche in tradizioni come quella sciita, indù, nello shintoismo. Qui, ad esempio, i cervi sono considerati i messaggeri degli dèi. Ma anche nella tradizione germanica ed ellenico-romana è presente, con i cervi associati alla dea Artemide.

Il cervo bianco, invece, è simbolo di purezza. Acquistò notorietà nel ciclo arturiano, quando appare nelle foreste attorno alla corte di Re Artù, incitando i cavalieri all’avventura.

Anche nella toponomastica e nelle manifestazioni folkloristiche nostrane, possiamo trovare riferimenti a questo animale. Come scrive Cristina Coccia, infatti:

“Numerose anche le testimonianze nella toponomastica. In Campania esistono due paesi che, nell’origine etimologica del loro nome, richiamano l’immagine del cervo: Cervino, in provincia di Caserta e Cervinara in provincia di Avellino. A Cervino, tra l’altro, nella frazione di Carmiano, sono conservate le rovine di un antico tempio dedicato a Diana. Più incerta è l’etimologia di Cervinara, che potrebbe derivare sia da ara Cereris che da ara cervis. Gli stemmi comunali di entrambi i paesi riportano l’immagine di un cervo.
Esistono, inoltre, elementi residuali dell’arcaica funzione iniziatica e sacra del cervo nelle manifestazioni folkloristiche molisane: in particolare, a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta al Volturno (provincia di Isernia), ogni anno, in occasione dell’ultima domenica di Carnevale, si tiene una manifestazione in cui è presente un Uomo-Cervo, il quale, durante una rappresentazione rituale, è ucciso da un cacciatore. Gli abitanti del luogo spiegano questo rito ipotizzando che il cervo rappresenti la forza distruttrice della natura, che può improvvisamente scatenarsi e contro cui l’uomo deve combattere. Più probabile potrebbe essere la presenza, in questi paesi, di residui di riti pagani o di ricordi risalenti alle popolazioni italiche e al ruolo totemico del cervo, testimoniato dal gentilicium Cervidius risalente all’epoca in cui, in queste aree, si parlava la lingua osco-sannitica”.

Rinascita, ciclo eterno della vita, rinnovamento, coraggio, nobiltà d’animo. Questo è il cervo.

Che, tra gli altri, dovrebbe essere preso come simbolo di rinascita europea. L’Europa, infatti, come i suoi palchi, dovrebbe rinnovarsi, trasmettere e vivere il mito di rigenerazione verso un cammino accompagnato dai tempi che furono: stoica, cavalleresca, regale, aristocratica e cortese. Incamminandosi così, verso una nuova primavera.

http://www.barbadillo.it/73145-cultura-il-simbolismo-del-cervo-il-re-della-foresta/